“A Gaza tragedia umana di proporzioni immense” Intervista al direttore di Ocha nei Territori palestinesi occupati

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I raid israeliani su Gaza hanno ucciso, ad oggi,
26.612 civili, di cui oltre diecimila bambini, 222 medici, 93 giornalisti. I bombardamenti hanno causato, inoltre, 52.390 feriti, quasi 2 milioni i profughi, la distruzione di 63.920 case e il danneggiamento di 296 scuole. Dati diffusi da
Euro-Med Human Rights Monitor.
Per capire quanto profondo sia il dramma che sta vivendo il popolo palestinese basta leggere questi dati che, come sottolinea Andrea De Domenico, direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati.

«Il nuovo conflitto in Medio Oriente rappresenta una tragedia umana di proporzioni immense. Non è accettabile. Bisogna fermare l’orrore della guerra”.
Parole ferme quelle di De Domenico che ha lanciato lo stesso messaggio anche durante il suo intervento in collegamento da Gerusalemme con Assisi per la “Marcia della Pace” promossa dalla Fondazione PerugiAssisi nella Giornata mondiale per i diritti umani, il 10 dicembre, alla quale ha aderito con convinzione anche Articolo 21.
L’OCHA, come in altre parti del mondo, è la struttura che coordina gli interventi di emergenza per salvare vite umane e proteggere le persone nelle crisi generate dalle guerre.

«La situazione umanitaria a Gaza è semplicemente disastrosa» spiega il funzionario ONU, voce autorevole, con oltre vent’anni di esperienza nel settore dell’assistenza umanitaria e dei conflitti a livello internazionale.
«L’intera popolazione è costretta in uno spazio sempre piu ristretto nella parte sud, dove sopravvive in condizioni estremamente difficili. Da quando sono riprese le ostilità, migliaia di persone sono state uccise, e il numero delle persone uccise aumenta ogni giorno. Molti sono donne e bambini. Il sistema sanitario è stato in gran parte distrutto, e l’arrivo dell’inverno aggraverà ulteriormente le sofferenze. I centri di accoglieza per gli sfollati sono stra pieni, scarsessgia il cibo e l’acqua potabile, ed in molti casi  centinaia di persone condividono un solo bagno. Ci avviciniamo rapidamente ad un catastrofe igenico-sanitaria. E come se non bastasse, noi, la comunità umanitaria, non disponiamo delle condizioni minime necessarie per adempiere al nostro mandato di aiutare coloro che dipendono dal nostro sostegno. Non ci e permsso di operare nelle condizioni minime necessarie per salvare vite umane. Le organizzazioni con cui collaboriamo in Palestina ci hanno avvertito che, se finora migliaia di persone sono state uccise dai bombardamenti e dai combattimenti, presto inizieranno a morire per la mancanza di cibo e di servizi igienici, e per l’insufficienza di cure mediche e rifugi adeguati. Questo putroppo sta già accadendo, vorrei avere i numeri precisi come facciamo di solito, ma sapete cosa? Molte aree sono semplicemente inaccessibili per le Nazioni Unite ed i nostri partner».
L’assistenza umanitaria nel nord della Striscia e dunque praticamente impossibile. Come in alcune aree del sud.
«Dove possiamo operare – sottolinea De Domenico – non possiamo farlo liberamente e senza le necessarie condizioni di sicurezza.  Non arriva abbastanza aiuto, ma anche gli aiuti che entrano a Gaza non possono essere distribuiti adeguatamente e secondo i criteri che normalmente utilizziamo. E praticamente impossibile pianificare le nostre operazioni ed identificare con precisione chi e dove siano le persone piu bisognose. Non abbiamo possibilita di fare sopralluoghi e verifiche in anticipo. Dobbiamo invece approfittare delle occasioni che si presentano per accedere a una determinata zona della Striscia dove poi consegnamo l’assistenza umanitaira ai civili che vi hanno trovato rifugio. Questo è ben lontano da come dovrebbero essere gestite le operazioni umanitarie. Le condizioni imposteci dall’esercito israeliano sono semplicemente inadeguate per poter gestire una operazione umanitaria propriamente detta. Mi avete chiesto del resto del territorio palestinese occupato. Decisamente una domanda pertinente, perché Gaza e la Cisgiordania sono due parti di un unico territorio. Quello che succede in una parte, influenza l’altra».
I dati parlano chiaro: dal 7 ottobre, gli osservatori Internazionali hanno assistito a un aumento della violenza e di conseguenza del numero di sfollati in Cisgiordania.
«Il 2023 segna un triste record in quanto a numero di persone uccise secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa. Sino ad ora, abbiamo contato oltre 446 persone uccise in Cisgiordania, inclusi 109 bambini. La maggior parte di queste persone (265) sono state uccise dopo il 7 ottobre, purtoppo un segno evidete del legame con gli eventi di Gaza. In Cisgiordania, non siamo in uno stato di guerra, ma alcune delle attività di mantenimento dell’ordine e di polizia svolte dalle forze israeliane utilizzano metodi e modalita simili a quelle usate in guerra. Abbiamo assistito ad un aumento dell’utilizzo di attachi aerei (droni) in quartieri residenziali, scambi a fuoco tra le forze israeliane e palestinesi armati, ma anche sparatorie contro semplici manifestanti. Due terzi dei palestinesi uccisi in Cisgiordania dal 7 ottobre sono avvenuti durante operazioni di “ricerca ed arresto” e altre operazioni condotte dalle forze israeliane. Sono oltre 3.000 i palestinesi sono stati feriti in Cisgiordania dal 7 ottobre, piu di 3.500 gli arresti. Anche la violenza dei coloni è in aumento».
Negli ultimi due mesi, l’Uffico delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha registrato 331 attacchi di coloni contro palestinesi con vittime e feriti ma anche danni a proprietà e infrastrutture.
«Non abbiamo mai avuto numeri così alti in passato – insiste il direttore Ocha  – In un terzo di questi incidenti abbiamo verificato la minaccia o l’utilizzo di armi da fuoco. E, in quasi la metà di tutti gli incidenti registrati, le forze israeliane erano presenti accompagnando o evidentemente proteggendo gli aggressori. Questo non solo genera un sentimento di insicurezza, ma anche spinge le persone adabbandonare le proprie case. Dal 7 ottobre oltre 1.000 persone, di cui circa 400 bambini, hanno lasciato le proprie case a causa della violenza dei coloni e delle restrizioni all’accesso. 15 comunità di pastori hanno abbandonato la terro dove da generazioni avevano vissuto. In molti casi, i coloni israeliani armati hanno minacciato le famiglie ed intere comunità si sono svuotate. A questo si deve aggiungere gli sfollamenti illegali causati dalle demolizioni di abitazioni effettuate dalle forze israeliane».
In poche parole, nel bel mezzo della catastrofe a Gaza, la comunità umanitaria deve anche sostenere le persone in Cisgiordania sottoposte a immense pressioni per lasciare le loro case o sono esposte ad un aumento vertiginoso della violenza.
Gli operatori ONU o delle organizzazioni non governative hanno il mandato di aiutare sia gli sfollati sia i pochi coraggiosi che resistono alle pressioni ed alle violenze.
«Anche in questo siamo continuamente constatati – aggiunge il coordinatore di Ocha nei Territori occupati – dalle autorità israeliane che demoliscono anche le strutture distribuite come aiuti umanitari dopo una demolizione.  Questo conflitto rappresenta una tragedia umana di proporzioni immense.

Il 7 ottobre è stato un atto di brutale violenza, di proporzioni inimmaginabili, da condannare in maniera forte e netta. Semplicemente intollerabile. È essenziale pero che tutte le parti coinvolte in questo conflitto rispettino il diritto internazionale umanitario e proteggano civili e le infrastrutture civili. La violenza attuale, incluso il lancio indiscriminato di razzi contro Israele ed i bombardamenti a Gaza (una delle zone a più alta densita al mondo) solleva serie preoccupazioni sul rispetto di queste norme. È fondamentale fermare le ostilità e assicurare protezione e assistenza ai civili».
Ovviamente, come evidenzia De Domenico  -questo non basta, ma rappresenta un punto di partenza fondamentale. Solo il dialogo mirato alla costruzione di un vero perscorso di pace puo evitare la perdiata di ulteriori vite umane, stabilizzare la regione, riconoscere i diritti umani di tutte e tutti e rendere giustizia ai popoli che vi abitano.  In definitiva, è indispensabile che cessi l’occupazione del territorio palestinese. Non c’è altra via».
Ma cosa sfugge, cosa non  riesce a capire chi non è sul terreno?
«Spesso a “sfuggire” a chi osserva distrattamente è l’immensa disperazione e la sensazione di assoluta impotenza che pervadono la vita quotidiana della popolazione civile a Gaza. Ogni giorno, le persone sono costrette a prendere decisioni impossibili. Lasciare la propria casa perche l’esercito ha chiesto l’evacuazione del quartiere o rischiare di morire sotto le bombe. Andare all’ospedale attraversando le zone dove i cecchini sparano, o rischiare di morire per la mancanza di cure (sempre che ce ne siano all’ospedale!) Separarsi da una parte della propria famiglia o rischiare di essere arrestati al posto di blocco, semplicemente perché maschi adulti. Decine di migliaia di uomini donne e bambini ammassati in spazi sempre più angusti e spesso privati dell’accesso ai servizi di base, e forse più drammaticamente privati anche della propria dignità. La realtà sul campo è molto tragica e complessa, ma questo da lontano non lo si vede, non lo si respira Parlo ogni giorno con i colleghi a Gaza. I nostri colleghi palestinesi, che vivono lì con le loro famiglie, anche loro sfollati, come la maggior parte degli abitanti. Molti non hanno più una casa dove tornare. Questa è Gaza oggi. Non è un conflitto che colpisce solo alcune persone o aree specifiche. Tutti hanno perso qualcuno. Molte abitazioni sono state danneggiate, molte altre distrutte completamente. I miei colleghi visitano i centri di accoglienza per gli sfollati (generalmente scuole inondate da famiglie), percorre le strade, parla con bambini e gli adulti. La gente soffre la fame. I bambini hanno visto orrori insopportabili e porteranno le cicatrici di questa tragedia imposta sul loro capo per sempre. Hanno visto corpi senza vita, resti umani. Provate a immaginare gli odori. Pensate cosa significhi vivere in una scuola straripante di persone, dove non ci si sente al sicuro, dove bisogna condividere un bagno con 700 persone, molte delle quali soffrono di diarrea – sì, è un problema serio al momento – senza avere sapone, carta igienica o acqua per l’igiene personale. Alcuni sfollati ci dicono di aver accettato l’idea della morte; ciò che desiderano è mantenere un minimo di dignità. Eppure, nelle condizioni attuali, non possiamo nemmeno garantire loro questo. Per porre fine a tutto questo è essenziale che i combattimenti cessino, e cessino ora. L’accesso immediato ed incondizionato degli aiuti umanitari a Gaza è necessario ora. Per permettere alle persone di ricevere cure mediche, acqua, cibo, servizi igienici ma anche per salvaguardare l’umanità umiliata da questa guerra».
Israele ha detto che sotto Al Shifa c’erano i tunnel di Hamas. Pensa bastasse a giustificare il bombardamento di un ospedale?
«Secondo il diritto internazionale umanitario, gli ospedali e le strutture sanitarie godono di una protezione particolare e specifica. È fondamentale proteggere tutti i civili e gli oggetti civili, ma le strutture sanitarie meritano un’attenzione particolare. Il bombardamento di queste strutture, indipendentemente dalle circostanze, è estremamente preoccupante. È imperativo che tali strutture non vengano mai utilizzate per scopi militari o per proteggere obiettive militari e che siano considerate inviolabili da tutte le parti. Tutte le parti coinvolte in un conflitto devono aderire rigorosamente a queste norme, garantendo la sicurezza dei civili e delle infrastrutture civili. Se il diritto internazionale umanitario venisse rispettato in modo integrale, non ci troveremmo di fronte a questa tragica realtà. I civili sarebbero protetti e non si troverebbero in pericolo. Noi, come comunità umanitaria, potremmo svolgere il nostro lavoro come previsto: accedere in sicurezza chiunque abbia bisogno, ovunque si trovi, e fornire loro l’assistenza necessaria».

Crede che si potrà mai arrivare, dopo la tregua dei giorni scorsi, ad un Cesare il fuoco permanente? 

«Me lo auguro. La sofferenza causata da questo conflitto e semplicemente intollerabile. Come ho già evidenziato, attualmente non abbiamo le condizioni minime necessarie per condurre operazioni umanitarie. E dunque essenziale che cessino le ostilità, meglio se in maniera ‘permanente’. Abbiamo bisogno di sicurezza. È fondamentale avere accesso a tutta Gaza, per raggiungere i civili che hanno bisogno del nostro aiuto. Per questo motivo, l’ONU ha ripetutamente richiesto pause umanitarie (humanitarian ceasefire). Tuttavia, deve trattarsi di un vero cessate il fuoco umanitario, che permetta l’entrata senza ostacoli ne vincole dell’assistenza umanitaria necessaria, di carburante e dei prodotti necessari a rifornire il mercato oramai svuotato di quasi tutto. Questa occasione potrebbe conicidere con la liberazione degli ostaggi rimanenti, offrendo l’opportuita di recuperare i corpi intrappolati sotto le macerie e dare l’opportunita alla popolazione di seppellire i propri morti. La popolazione civile ha un disperato bisogno di tutto ciò, e ne ha bisogno immediatamente. La speranza per un cessate il fuoco duraturo non può svanire, ma richiede un impegno reale e costante da parte di tutte le parti coinvolte e della comunità internazionale».
Lei nei suoi vent’anni di impegno con le Nazioni Unite e stato su vari terreni di crisi. Quali storie porta con lei?
«Molte, alcune tristi e disperate altre che parlano di vita e speranza. Ciò che ho appreso e che ogni storia ha un valore in se, che non puo e non deve essere paragonata a nessun altra, perche altrimenti le si misurano su una scala assoluta che rischia di annullare l’unicità e l’essenza di ciascuna di esse».


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