Quando si arriva a condannare i morti bisogna riflettere

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Già all’Angelus di ieri, prima di ringraziare quanti hanno prestato soccorso, papa Francesco aveva detto: «Stamattina ho saputo con dolore del naufragio avvenuto sulla costa calabrese presso Crotone. Già sono stati recuperati 40 morti tra cui molti bambini. Prego per ognuno di loro, per i dispersi e per gli altri migranti sopravvissuti».

Ovviamente la politica, anche di chi si dice cristiano, non deve convenire con il papa, ma stride enormemente quella preghiera “per ognuno di loro” con quanto detto dal ministro dell’interno italiano: “Io non partirei se fossi disperato perché sono stato educato alla responsabilità di non chiedermi cosa devo chiedere io al luogo in cui vivo, ma cosa posso fare io per il Paese in cui vivo per il riscatto dello stesso”. Non so dire se sia proprio una citazione di John Fitzgerald Kennedy , ma certo è un attacco alla pietas umana che è al fondo del sentimento cristiano che ha ispirato le parole di Francesco.

Sarebbe troppo facile commentare la “tesi” di Pantedosi parlando di fuga dai lager, di deportazioni di massa, di territori desertificati, di pulizie etniche feroci, prolungate e taciute: ognuno ha le sue idee. Ma quando si arriva a condannare i morti bisogna riflettere. Cosa ci accade? Come si spiega davanti ad un evento simile, il naufragio, che il capo di un partito di opposizione, Giuseppe Conte, inviti a mettere da parte gli slogan e impegnarsi perché l’Europa gestisca davvero i “flussi migratori”?  Con Frontex? Sarei interessato a sapere chi ha risposto a Piantedosi: io ho letto solo qualche voce cattolica, come quella di padre Giulio Albanese.

Ecco allora che ricordarsi della morte del piccolo Alan, o Aylan, del suo emergere morto dalle acque del Mediterraneo il 2 settembre 2015 generò un maremoto nelle coscienze. Era più lontano da noi Alan, o Aylan, e nessuno lo criticò, dicendo che lui e suo padre avrebbero dovuto pensare a cosa fare per il paese in cui vivevano. Quanto è successo dentro di noi ieri è stato paragonabile a quanto accadde nel 2015? Non mi sembra. E perché la tragedia di ieri ci ha riguardato tanto di meno di quella? Che bambini, che uomini, che donne, che madri erano quelli di ieri?

Le cause per questa trasformazione inquietante ed evidente sono tante, la guerra è una di queste. Chiederei agli amici del movimento pacifista di riflettere. La guerra ci ha mosso su tante strade, ma la nobiltà dell’impegno pacifista non ha fatto i conti con la sua oggettiva asimmetria. Si può essere pacifisti nei Paesi europei che sostengono Kiev, ma si può essere pacifisti a Mosca, o in Bielorussia? Questa oggettiva asimmetria ha legittimato in alcuni settori sentimenti di indifferenza e individualismo che si sono coperti dietro la mobilità del pacifismo. “Ci conviene svenarci per Kiev?” Personalmente escludo che questo fosse nelle intenzioni dei pacifisti, di tutti i tipi, ma a me sembra un fatto. La pace infatti si è separata dalla giustizia, e i sentimenti di calcolo hanno potuto prevalere in tutti i campi.

Ora io credo che che sarebbe il caso di fermarci un momento, al di là di appartenenze e schieramenti: quanto è accaduto a noi ieri, non a loro, alle vittime, è davvero preoccupante. Non vogliono riprendere tutto il dibattito sugli scafisti, le ONG, il presunto Pull Factor ed altre cose così. Ma la marginalità del fatto rispetto alle nostre coscienze, questo è il punto al quale dovremmo pensare. Perché nel 2015 non è stato così?


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