Turchia, chiesta condanna per Melis Alphan accusata per un teeet. Decine di altri colleghi a processo per terrorismo

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Rischiare 7 anni e 6 mesi di carcere per aver postato una foto pubblicata su decine di giornali e media online. È ciò che accade in Turchia a una collega turca, Melis Alphan, che nel 2015 aveva condiviso sulle sue pagine social alcuni scatti delle celebrazioni del Nowruz, il Capodanno iraniano, festività molto sentita anche nella cultura curda.
Il pubblico ministero della Corte di Istanbul con la requisitoria di questa mattina ha chiesto la sua condanna per “propaganda terroristica”. L’udienza è stata poi sospesa e  il processo rinviato al 21 maggio.
Redattrice del quotidiano Hürriyet, la Alphan è molto conosciuta nel suo paese per le sue inchieste sulle violenze contro le donne che in Turchia sarebbero aumentate del 1400% da quando, nel 2002, il partito islamico è arrivato al potere.
E forse proprio la ricostruzione e il puntuale elenco da brividi degli episodi registrati nel Paese negli ultimi anni, ma soprattutto le osservazioni critiche rivolte al governo, sono a monte dell’accanimento giudiziario nei suoi confronti.
Arrestata nel 2015 sulla base delle norme antiterrorismo volute dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Melis Alphan non è la sola a essere a processo con accuse surreali. Almeno dieci giornalisti, tra cui il rappresentante turco di Reporter Senza Frontiere (RSF), Erol Onderoglu, compariranno davanti a un tribunale nelle prossime settimane con imputazioni formulate proprio ai sensi della legge turca sul terrorismo, nota come TMK, che è stata utilizzata negli ultimi 20 anni per intimidire e mettere a tacere giornalisti e media che non ‘rispettano’ la linea ufficiale sulla questione curda.

Da quando è entrato in vigore. In base a questa legge i giornalisti possono finire in prigione per aver scritto un articolo, condiviso una foto o pubblicato un tweet semplicemente alluda alla questione curda. Önderoglu è tra le ‘vittime’ di questa norma vessatoria.
Insieme a Sebnem Korur Fincanci, un medico, e Ahmet Nesin, un giornalista che vive in esilio autoimposto, è sotto processo da cinque anni con l’accusa di “propaganda a favore di un’organizzazione terroristica”, di aver “lodato crimini  o criminali” e aver “incitato alla violenza”.. Tutti e tre rischiano una condanna fino a 14 anni e sei mesi. L’udienza è fidata per il 6 maggio.
La loro unica ‘colpa’ è quella di aver partecipato a una campagna di solidarietà a sostegno del quotidiano filo-curdo Özgür Gündem. Per queste accuse i tre imputati erano stati prosciolti nel luglio 2019, ma la loro assoluzione è stata annullata lo scorso ottobre.
Oltre 20 giornalisti, scrittori e intellettuali che hanno partecipato a questa campagna di solidarietà sono stati condannati con la stessa imputazione negli ultimi quattro anni. Alla maggior parte sono state inflitte pesanti multe. Alcuni hanno trascorso diversi mesi in prigione.
Come è stato per Murat Çelikkan e Ayşe Düzkan, due giornalisti condannati per “propaganda del PKK”. Altri cinque giornalisti rischiano pene detentive ai sensi del TMK. Tra questi, Sibel Hürtaş, corrispondente ad Ankara di Arti TV, un canale televisivo critico verso il governo, che è stata perseguita per aver invitato il parlamentare filo-curdo Osman Baydemir al suo talk e gli ha ‘permesso’ di criticare le operazioni militari della Turchia contro l’enclave di Afrin nel nord Siria.
Anche il fotoreporter Abdurrahman Gök comparirà in tribunale a Diyarbakir il 3 giugno con l’accusa di appartenere al PKK e di “propaganda per il PKK” sia per i suoi articoli che tweet.
Fissata per l’8 giugno a Istanbul l’’udienza per altro tre giornalisti, Canan Coşkun, Ali Açar e Cansever Uğur, che rischiano fino a tre anni di carcere ai sensi dell’articolo 6 del TMK con l’accusa di aver “rivelato o pubblicato l’identità di rappresentanti statali coinvolti nella lotta al terrorismo e / o di averne permesso l’identificazione come obiettivi “.
I giornalisti avevano fatto semplicemente il proprio lavoro. Nel 2016 avevano pubblicato articoli in cui parlavano dell’agente di polizia antisommossa sospettato di aver sparato la granata lacrimogena che aveva ucciso un manifestante di 16 anni, Berkin Elvan, durante le proteste antigovernative di Gezi Park a Istanbul nella primavera. del 2013. Elvan era diventato il simbolo della repressione spietata e degli eccessi autoritari del governo.
La Turchia è al 154° posto su 180 paesi nel 2020 World Press di Reporter senza frontiere.

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