Letta dimentica i diritti sociali

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Diritti civili sì, diritti sociali non si sa. “Quote rosa”, voto a 16 anni, cittadinanza italiana agli immigrati (“ius soli” con citazione in latino). Enrico Letta ha promesso e realizzato gesti «di rottura» per rinnovare e rilanciare il malconcio Pd.

In particolare ha cominciato dai diritti delle donne. Contro un partito incrostato di «maschilismo» ha chiesto e ottenuto due capigruppo del gentil sesso alla Camera (Debora Serracchiani) e al Senato (Simona Malpezzi) e ha realizzato una segreteria di 16 persone all’insegna della “parità di genere” (8 donne e 8 uomini).

Ha annunciato: «Io faccio il rompighiaccio». Sicuramente è un «rompighiaccio» sui diritti civili, ma i diritti sociali? Più esattamente. Dove è finito il diritto a un lavoro dignitoso e stabile, il diritto alla casa, a una sanità pubblica efficiente, a una pensione non da fame? I diritti sociali, assieme a quelli politici, sono stati l’anima e il motore della sinistra e del centro-sinistra. «Pane e lavoro», «case, scuole, ospedali» furono i motti di Pietro Nenni e di Giuseppe Saragat per garantire l’uguaglianza sociale. Furono i motti dei governi di centro-sinistra con la Dc nel dopoguerra che raggiunsero tre obiettivi fondamentali: lo sviluppo economico, il benessere dei lavoratori, il consolidamento della democrazia.

I diritti civili furono una “seconda carta” giocata dal Psi e dal Partito radicale di Marco Pannella che democratizzò ulteriormente l’arretrata società italiana con il divorzio, l’aborto, il voto ai diciottenni.

Perfino il presidente del Consiglio Draghi ha posto il problema centrale della difesa del lavoro e della lotta alla povertà (divenute delle emergenze drammatiche con lo scoppio del Coronavirus). E Mario Draghi è un valente tecnico con caratura politica ma non è certo un leader della sinistra.

Letta ha dimenticato, speriamo momentaneamente, il tema cruciale dei diritti sociali. C’è un brutto vuoto nello schema di programma politico che il nuovo segretario del Pd sta elaborando. È un bruttissimo colpo perché il Partito democratico è la più importante forza di centro-sinistra. Negli ultimi trent’anni i post comunisti in nome delle “compatibilità” hanno fatto segnare una lunga marcia indietro ai diritti sociali e alla crescita del paese. Massimo D’Alema, uomo forte del Pci-Pds-Ds-Pd e presidente del Consiglio, contestò al “dottor Cofferati” segretario della Cgil i suoi no a restringere i diritti dei lavoratori e dei pensionati.

Piano piano fu un disastro generale: non si fecero nemmeno gli investimenti per modernizzare l’Italia in settori chiave (dalle nuove tecnologie digitali alle telecomunicazioni, alle industrie più tradizionali come la siderurgia) e il sistema economico nazionale perse le posizioni di punta nelle classifiche internazionali. Il lavoro divenne sempre più precario e meno garantito, la sanità e l’istruzione conobbero un degrado.

I lavoratori e il ceto medio, non sentendosi più tutelati, hanno votato prima per il centro-destra di Berlusconi e poi per il populismo grillino e quello leghista di Salvini. Il Pd ha perso i voti delle periferie ed è restato forte solo nei centri storici e nelle zone residenziali borghesi delle città. Le sinistre divise in cento frammenti diversi sono diventate politicamente e numericamente irrilevanti.

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