La morte di Luis, 3 anni, morto annegato, emblema della crisi oscurata in Venezuela

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Il 2 settembre del 2015 la foto del corpicino di Aylan Kurdi, tre anni, arenatosi su una spiaggia di Bodrum, Turchia, sconvolse il mondo.
Quel bambino siriano a faccia in giù nella sabbia divenne
 il simbolo della crisi europea dei migranti.
Cinque anni dopo, l’immagine di Luis, stessa età di Aylan, che galleggia promo nelle acque di Trinidad e Tobago dove è annegato insieme alla sua famiglia e altri 25 naufraghi fuggiti dal Venezuela lo scorso 12 dicembre, ci catapulta in un dramma altrettanto doloroso e inaccettabile.
In migliaia ogni giorno partono da Güiria, piccola città costiera del nord est venezuelano, non tutti approdano in un porto sicuro.
L’esodo migratorio ha come meta l’isola a soli 11 chilometri dal Venezuela, una vera e propria frontiera internazionale varcata in modo illegale da centinaia di venezuelani che scappano dalle oppressioni del governo Maduro e dalla crisi umanitaria che attraversa da anni il paese
Eppure l’attenzione su ciò che avviene nello Stato sudamericano resta pressoché nulla.
Luis, come Aylan, è annegato nel silenzio complice di una comunità internazionale che di fronte a regimi autoritari o che compiono crimini contro i propri popoli poco può, o fa, per intervenire.
Che si tratti di governi di destra o di sinistra poco importa, quando c’è miseria e malattia, mancanza di diritti e limitazioni del libero pensiero, non c’è ideologia politica che tenga.
Eppure sulla questione venezuelana c’è chi ha imbastito una polemica che di ‘sinistra’ non ha assolutamente nulla.
Sì può definire di ‘destra’ un  popolo, o una parte di esso, che stanco di essere dipendente dai sussidi alimentari (il sistema governativo noto come Clap, Comitès Locales de Abastecimiento y Producciòn), si ribella mentre chi accetta l’elemosina statale e non chiede maggiori diritti è considerato un ‘cittadino solidale’?
Credo che essere ridotti al limite dalla sopravvivenza, a causa della ‘carestia’ indotta dall’embargo Usa e dalle sanzioni Ue, sia un dramma senza colore politico.
Negli anni scorsi ho avuto l’opportunità di conoscere Tulio Hernández,  che oltre ad essere un sociologo e un docente universitario, scrive come editorialista per l’unico giornale ancora libero in Venezuela, El national.
Grazie a lui ho avuto modo di approfondire la mia conoscenza sulla situazione nel Paese sudamericano sconvolto da rivolte e, soprattutto, da una repressione che negli anni ha raggiunto livelli di violenza inauditi.
Il confronto con Hernández, uno dei più eminenti intelleituali venezuelani costretti all’esilio, mi ha permesso di ‘vedere’ in chiave critica da sinistra il regime chavista.
Ho potuto così analizzare le condizioni materiali di vita dei venezuelani, la crescita della povertà che ha tagliato fuori ampli strati della popolazione, determinando la scomparsa di ogni speranza, la degradazione del tessuto civile, l’aumento esponenziale di una feroce violenza criminale.
Hernandez sostiene che si é arrivato al ‘sequestro della nazione’, da parte del chavismo, con un sistema, articolato e sequenziale, di tenaglie che si sono chiuse lentamente lasciando i venezuelani quasi paralizzati.
”Una tenaglia politica che ha accerchiato ogni sorta di opposizione. Una tenaglia sui media, che ha creato una sola voce dominante. Una tenaglia ideologica che ha scritto una nuova versione della storia nazionale, svalutando i civili e valorizzando solo l’aspetto militare. Una tenaglia economica, con il controllo di cambio come combustibile, che ha minato l’economia produttiva privata. E una tenaglia politico-militare che ha trasformato il paese in un campo di sorveglianza, di controllo e di confinamento” scrive Hernandez nel suo libro “Una nación a la deriva”.
Voci libere e coraggiose come Tullio e gli avvocati di Foro Penal, organizzazione che difende i prigionieri politici, hanno permesso che non tutto rimanesse confinato nel Paese.
Ma la comunità internazionale, a parte la parentesi dei riflettori accesi sugli scontri e sulle violenze dello scorso anno, continua a ignorare la deriva venezuelana che prosegue con il nuovo mandato del presidente Nicolás Maduro, che due settimane fa ha vinto le elezioni legislative boicottate dall’opposizione.
Non è facile descrivere l’attualità.
Si naviga tra contraddizioni quotidiane.
La sanitá pubblica è distrutta, i medici e gli operatori sanitari che lavorano negli ospedali sono allo stremo, manca di tutto ormai da anni.
Dall’oncologico Infantile, alla nefrologia, fino ai basilare pronto soccorso, i servizi sono pressoché inesistenti.
Sotto l’aspetto ambientale non va meglio. Parte dell’Amazzonia è oramai perduta, sventrata a causa dell’estrazione dell’oro, sotto l’egida della “Minería Legal” promossa dal governo, dove si intrecciano giochi di potere fra ELN colombiana e corpi militari.
Le Comunità Indigene ne soffrono le conseguenze e se non collaborano sono vessate e ricattate.
La febbre dell’oro è più pericolosa del Covid che a detta del governo è sotto controllo con 110.075 casi, 988 morti, 104.462 guariti, dall’inizio della pandemia, e 4.625 malati al 21 dicembre.
Il vice presidente di Maduro, Delcy Rodríguez, sostiene che “la formula 7 + 7 Plus, come metodo venezuelano di controllo e riduzione del contagio di Sars-Cov-2, continua a mostrare la sua efficacia ma è necessaria la  collaborazione dei cittadini affinché la curva di contagio non aumenti”.
Nonostante l’ottimismo governativo sono in molti a credere che i dati diffusi non rispecchino la situazione reale.
Intanto a Caracas si manifestano realtà contrastanti.
“Capitali di incerta provenienza alimentano il commercio di beni di lusso e di prodotti gourmet (I Delicatessen sono spuntati come funghi) mentre i salari non valgono più niente e le pensioni sociali arrivano a malapena a  1,2 dollari a fronte di una cesta alimentare di 247 dollari” spiega un ingegnere Italo venezuelano che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza.
Ed è lui, uomo di sinistra, il primo  a sorprendersi dellla tiepida, anzi inesistente, attenzione della Sinistra Italiana sul Venezuela.
“Certo, l’opposizione nel nostro Paese, trasversale, ha molte anime, alcune mosse da un sincero spirito di cambiamento, altre da interessi economici e di potere. Intanto, 5 milioni di cittadini sono migrati. Una diaspora distribuita tra Colombia, Brasile, Perú, Cile, Argentina e Spagna” la sua desolata conclusione.
”Vivo a Caracas da più di 11 anni e conosco la realtà venezuelana più che bene per il semplice fatto di viverla sulla mia pelle” racconta Stefano Svizzeretto, fotografo.
Anche lui, come la voce precedente, esprime amarezza  per il disinteresse italiano verso la tragedia venezuelana, in particolare “da quella sinistra che si professa ‘difensore’ dei diritti umani”.
E di violazioni nei confronti di chi sostiene i diritti parla apertamente  l’organizzazione non governativa Human Right Watch che ha denunciato le autorità del Venezuela  per gli attacchi e le persecuzioni penali a danno delle organizzazioni della società civile impegnate negli aiuti per l’emergenza umanitaria. Secondo HRW, da novembre del 2020 le autorità che rispondono a Nicolas Maduro e alle loro forze di sicurezza portano avanti una campagna sistematica contro le organizzazioni umanitarie e dei diritti umani che lavorano nel paese, con il congelamento dei conti bancari e una serie di arresti e di perquisizioni degli uffici delle ong.
A fronte del perdurare delle repressioni e dell’aggravarsi della situazione umanitaria, la comunità internazionale dovrebbe chiedere in modo urgente e categorico alle autorità venezuelane di permettere alle organizzazioni locali e internazionali, di portare avanti le loro attività per impedire che si continuino a perdere vite.
Ma ad oggi persiste un desolante e colpevole silenzio.