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Napoli. Aggressioni violente, insulti, minacce contro i cronisti

 

“Fascista, servo dello Stato, speculatore”, “Mi metto le tue palle in bocca”, “Ti spacco il telefono in testa”. Aggressioni violente, insulti, minacce. Quello che è andato in scena ieri a Napoli è soltanto uno degli innumerevoli episodi che negli ultimi anni stanno colpendo i cronisti. Palcoscenico di questo spettacolo desolante non è stata solo Napoli ma anche la provincia. Durante la manifestazione del capoluogo (nata pacifica, ma sfociata in tafferugli a causa di gruppi di facinorosi che non hanno nulla a che fare con le legittime richieste dei commercianti e con i commercianti stessi ) contro le nuove restrizioni anti-covid imposte dalla Regione un giornalista di Sky è stato spintonato e aggredito sul cofano di una macchina insieme al suo operatore, ad una troupe di canale 21 hanno infranto il vetro della vettura, un altro cronista è stato sfiorato da un razzo, un giornalista è stato insultato e minacciato al centro storico mentre stava intervistando dei commercianti disperati, insulti anche al corrispondente Rai e a due giornalisti dell’emittente locale Teleclubitalia, altri ancora sono stati obbligati a ripararsi in un garage. Gli episodi sono stati tanti, difficile citarli tutti. Un clima teso, pesante e sopratutto pericoloso per i tanti colleghi che svolgono correttamente il proprio dovere: quello di raccontare. E raccontare storie sta diventando oramai difficile, quasi impossibile. I giornalisti sono isolati e tranne qualche sparuta solidarietà politica, pochi sono gli interventi concreti per tutelare la categoria. Lo stesso presidente della Regione nelle sue dirette non ha mai parole “dolci” per i colleghi, fomentando idee distorte su molti eccezionali giornalisti che fanno il loro sacrosanto lavoro, spesso pagati anche malissimo. Non ricordo una tale recrudescenza contro la categoria, ieri si è raggiunto il limite oltre il quale vedo solo un grande pericolo per noi tutti. Che dobbiamo fare per farci ascoltare? Per essere tutelati? Ci deve scappare il morto? Qualche aggressione tanto violenta da sfociare in tragedia?  Non si può continuare a lavorare così. Tanti giornalisti hanno continuato a girare servizi e scrivere pezzi durante il lockdown di marzo-aprile-maggio, hanno rischiato in prima persona, sono entrati negli ospedali, in contatto con lavoratori e famiglie, hanno toccato con mano la disperazione della gente. Molti di noi non si sono mai risparmiati e sono rimasti lì ogni santo giorno per informare gli italiani, per quel benedetto diritto di cronaca. Quello che si ottiene in cambio è solo disprezzo e odio e ieri ne è stata l’ennesima dimostrazione. Ovviamente nessuno di noi si arrende, ma chi ce lo dice che un giorno qualcuno non si faccia prendere dallo scoramento, dalla delusione o dalla paura e decida di non raccontare più? Sarebbe una grossa perdita. Noi giornalisti facciamo quello che gli altri non possono fare semplicemente perché sono presi dalle difficoltà vita quotidiana o perché fanno un altro lavoro. Arriviamo dove gli altri non possono perché questo è il nostro dovere, questo dobbiamo fare per la collettività, stare in piazza, ascoltare la gente, denunciare quello che non va, quello che non funziona. Se non si interviene per tutelare la nostra categoria in pericolo c’è quanto abbiamo di più prezioso: la nostra democrazia.

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