MES: la differenza vale 74, anzi: 79 miliardi!

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Tra le cose pregevoli che la vita mi ha dato c’è l’amicizia con Vinicio, un commercialista che nell’esperienza dei bilanci degli enti pubblici economici potrebbe gloriarsi di aver inventato, prima degli altri, di tutto e di più per far quadrare i conti. La sua dote maggiore è la modestia che gli vale la stima dei numeri che a lui dicono cose che ad altri non rivelano e che lui corrisponde leggendo, prima di addormentarsi, i bilanci sociali così come noi potremmo dedicarci al Sudoku: ricercando in quale cilindro i suoi colleghi, prestidigitatori delle partite doppie, hanno nascosto il coniglio del falso. La grandezza di Vinicio è anche nella semplicità dei concetti ragionieristici che esprime e con i quali sfiora la genialità della madre del Gastone petroliniano, quella che aveva un senso dell’economia sviluppato fino a chiamare il figlio Tone, per risparmiare il Gas. Tra i distillati più pregiati che ho conservato della scienza bilancistica di Vinicio c’è la regola secondo cui: “Tra il dare e l’avere, c’è la differenza del doppio”.

Il concetto – che suona bene come uno slogan – può comprenderlo anche l’inesperto dei computi riportandosi ai più elementari concetti dell’algebra: tra avere qualcosa (+1) e non avere qualcosa (-1), la differenza è pari a 2, con lo zero nel mezzo della distanza tra +1 e -1.

Trasferendo questa regola aurea ai problemi finanziari dello Stato, può concludersi che, tra prendere il MES (+37 miliardi) e non prendere il MES (-37 miliardi), la differenza è pari al doppio, cioè 74 miliardi e questo risultato non è affatto un gioco delle tre carte, ma la conseguenza della regola di cui sopra.

Infatti, se non si aggiungono al bilancio dello Stato i 37 miliardi del MES (+1), significa che, per raggiungere gli stessi investimenti, si devono sottrarre (-1) altri e diversi 37 miliardi dalle destinazioni cui ben potevano essere diretti sicché la differenza tra +1 (i 37 miliardi del MES) e -1 (sottrarre ad altre destinazioni 37 miliardi di risorse), rimane sempre 2, ossia 74 miliardi. Se, poi, si considera che secondo ragionevoli calcoli, i 37 miliardi sottratti ad altre destinazioni costerebbero interessi per circa 5 miliardi, mentre gli interessi del MES sarebbero quasi pari a zero, la differenza tra il Dare e l’Avere ascende a ben 79 miliardi!

L’ovvietà di queste considerazioni sconsiglierebbe qualunque politico con un minimo di seguito dal rifiutare il MES e, invece, del tutto sorprendentemente, troviamo su questa linea niente meno che tre capipopolo di rinomata fama: Di Maio da una parte e Salvini e Meloni dall’altra. Il primo del M5S, il secondo della Lega e la terza di Fratelli d’Italia.

Il rifiuto del MES da parte dei Cinque Stelle trova un’evidente spiegazione.

Il MES è un mutuo di scopo e il suo scopo è quello della destinazione, diretta o indiretta, a temi sanitari.  La sanità, per l’art. 117 della Costituzione, rientra nella potestà legislativa delle Regioni, non essendo tra le materie espressamente riservate alla legislazione dello Stato (comma 4).

I pentastellati non hanno in carica nessun Presidente di Regione, né possono plausibilmente sperare di averlo in futuro, stante la loro debolezza a livello locale sicché, arricchire il settore sanitario regionale, significa regalare fama e notorietà agli avversari politici.

Il rifiuto del MES da parte di Salvini può trovare ragionevole spiegazione negli equilibri interni del partito. Il MES arricchirebbe le disponibilità finanziarie, tra le altre governate dalla Lega, della Regione Veneto governata da quel Luca Zaia che attenta, con sempre maggiore successo, alla leadership del partito: perché mettere vento nelle sue ali?

Per la Meloni le Regioni sono un attentato al potere centrale dello Stato che costituisce la cifra distintiva dei Fratelli d’Italia e quindi, favorirne la crescita  finanziaria di un settore cruciale e popolare come la sanità, favorirebbe quell’autonomia locale che mina in radice l’idea di uno Stato accentratore, forte e determinista.

Queste tattiche politiche, tuttavia, finiscono col privare la nazione italiana di una risorsa, dedicata al solo settore della sanità, che vale oggi più di una legge finanziaria generale degli anni scorsi. Una risorsa che, se spesa bene, potrebbe veramente cambiare l’erogazione di un servizio sociale determinante, come quello sanitario, per una popolazione che invecchia e che sempre più avrà bisogno di cure erogate in modo intelligente, digitalizzato ed efficiente.

È importante che a questi calcoli politici fatti sulla pelle degli italiani si dia al più presto una risposta decisiva da parte degli elettori e l’occasione si presenterà a brevissimo, già il prossimo 20 settembre, con un quesito referendario che si aggiunge a quello costituzionale: volete voi dilapidare 79 miliardi di euro da destinare alla sanità pubblica, oppure no?