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I 70 di Adriano Panatta

 

Negli anni Settanta accadevano tante di quelle cose che vi fu persino un 4 dicembre in cui milioni di italiani passarono la notte in bianco davanti alla TV per assistere ad un incontro di tennis.

A Sidney, nella lontana terra australiana, causa diverso fuso, era un assolato pomeriggio di una finale di Coppa Davis, una competizione a squadre che oggi non interessa più a nessuno e per la quale, solo l’anno prima, si era sfiorata in Italia una crisi di governo, giacché per vincerla occorreva esibirsi nei luoghi in cui a quei tempi il dittatore cileno Pinochet stava facendo impunita strage di chi osava opporsi al suo regime fascista.

Già, perché per quanto incredibile oggi possa sembrare, negli anni Settanta non erano solo gli azzurri del calcio a tenere banco nella fantasia popolare, ma anche uno sport tanto antico quanto elitario e che fino ad allora aveva interessato i proverbiali quattro gatti, elegantissimi nel loro bianco “inglese”, e rigorosamente ricchi.

Io e i miei amici adolescenti vivemmo direttamente quel boom, perché improvvisamente tutti o quasi ci mettemmo a giocare a tennis e non c’era luogo di vacanza nella penisola dove non venissero allestiti tornei amatoriali estivi cui bene o male tutti si sentivano in dovere di partecipare, mamme, papà, figli, fratelli e sorelle di tutte le età.

Insomma, dalla seconda metà degli anni Settanta il tennis divenne lo sport più popolare dopo il calcio, prima di venire risucchiato nel riflusso dei successivi decenni e tornare nel totale dimenticatoio, tanto che a Milano, laddove c’era non già l’erba di Celentano, ma i tanti campetti di terra rossa, il sintetico del calcetto ha raso al suolo il ricordo di un tempo che fu, e oggi a giocare a tennis sono tornati ad essere quei quattro gatti ricchi che per breve tempo avevano (mal) tollerato l’invasione barbarica.

L’artefice di questo vero e proprio miracolo fu un ragazzetto romano, abbastanza scontroso, dai capelli lunghi e lisci, quasi da “femmina”, come usava allora.

Era il figlio di un custode dell’esclusivo circolo Parioli a cui il padre aveva dato il nome di un imperatore e la mamma probabilmente il dono di un aspetto fisico che una volta sbocciato avrebbe reso quell’ex bambino che raccattava le palle dei riccastri romani l’idolo delle ragazzine di tutta Italia, invidiato da tutti i maschi della penisola.

Ma Adriano Panatta era un romano anomalo, non era un “piacione”, e proprio per questo piaceva, perché era l’antidivo per eccellenza, e come i più grandi eroi dello sport, era diventato un campione invidiatoci da tutto il mondo non certo per costose strategie mediatiche, che ai tempi non usavano molto, ma semplicemente giocando il più bel tennis che si fosse mai visto in Italia.

Era dotato di una classe innata che lo faceva sembrare un principe, in lui tutti i colpi fondamentali risultavano tanto naturali quanto assolutamente perfetti e da scuola, dal servizio a quella invenzione della “veronica”, che altro non era che una esecuzione magistrale di una volèe alta di rovescio, un colpo essenziale per chi si proponeva di spezzare, con coraggiose discese a rete su campi allentati dalla tradizionale terra rossa, la monotona preparazione atletica dei cosiddetti pallettari, prudentemente quanto noiosamente costruiti per restare ancorati anche per cinque estenuanti set filati alla linea di fondo a tirare bordate.

E Panatta prima ancora che fortissimo era soprattutto bello da vedere e anche se certamente aveva sofferto le pene dell’inferno per raggiungere quel livello di agonismo, dava sempre la straordinaria impressione di giocare per divertimento.

E credo che anche fuori dal campo fosse così, perché, con il talento che si ritrovava, se solo avesse voluto viversi meno appieno la vita che gli si offriva anche fuori da quel rettangolo, avrebbe monopolizzato per anni i principali tornei del mondo, e basta leggere il celebre libro autobiografico di Agassi per capire quanto meglio deve avere vissuto Panatta rispetto a quell’altro, e quanto bene abbia fatto a rimanere un ragazzo che viveva seppure giocasse molto bene a tennis, senza trasformarsi in un robot d’allevamento.

E come accadrà anni dopo ad un altro romano doc, Francesco Totti, Panatta diventerà un idolo senza volerlo rimanendo nel bene o nel male sempre sè stesso, ma se Totti lo fu in uno sport già popolare, Panatta ebbe il grande merito di far diventare popolare il suo sport che prima non lo era.

E così mentre dopo l’addio di Totti il calcio è rimasto lo sport più seguito dagli italiani, dopo l’addio di Panatta il Tennis è sostanzialmente tornato nel suo dorato oblio

Potrei passare direttamente al libro dal fantastico titolo Il tennis è musica che ha recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, e che dimostra quanto fosse anche uomo simpaticissimo, intelligente e ricco d’ironia, oppure rievocare alcuni celebri amori, tra cui quello con l’unica vera rockettara italiana che lascerà all’amico orso svedese, tanto diverso da lui sul campo, ma che fuori, quanto a “originalità”, lo batteva di brutto.

Credo che Panatta sia stato un uomo felice perché ha vissuto la vita che voleva, e oggi compie 70 anni senza passare, come ha detto in una recente intervista, i propri pomeriggi a rivedersi le gesta di un tempo, non come Maria Callas, che quando si mise a riascoltare i suoi dischi di gioventù nella solitudine della propria casa parigina, aveva cominciato a morire.

Però Panatta è stato anche il più grande tennista italiano e ci fu un anno, il 1976, in cui lo fu anche (o quasi) per il mondo, perché oltre a trascinare la squadra azzurra alla sua unica Davis, dove fu lui a imporre di indossare almeno la maglia rossa in spregio al dittatore, conquistò in fila Roma e Parigi, per cui sulla terra rossa almeno in quell’anno non ebbe rivali, nonostante la concorrenza di terraioli come Vilas e Borg.

Invece, in quella drammatica notte australiana del 4 dicembre del 1977 Panatta non vinse, e l’Italia perse la sua seconda finale, ma la grandezza di un campione la vedi anche dalle sconfitte e non solo dalle vittorie.

E quella sconfitta fu talmente epica che oggi tutti noi che quella interminabile notte rimanemmo incollati alla TV, la ricordiamo come una straordinaria impresa ancor più di una vittoria.

Perché come perse Panatta?

L’avversario era l’ostico John Alexander che l’anno prima lo aveva battuto nella semifinale di Roma, ma che il giorno precedente era stato sconfitto nel doppio dalla mitica coppia Panatta e Bertolucci che giocarono una partita indimenticabile.

In vantaggio di due set a uno, quella notte Panatta arrivò a servire a due punti dal match in vantaggio per 6 a 5, ma commise un doppio fallo.

Da quel momento Alexander rimontò e l’incontro finì al quinto set con il drammatico punteggio di 11 a 9 a favore dell’australiano, l’Australia si aggiudicò la sua XXIVa Coppa Davis e Panatta, che l’anno prima si era classificato 4° posto, chiuderà la stagione al nº 23 della classifica mondiale.

Di recente ha tuttavia ricordato in un’intervista a Giovanni Marino di Repubblica che la sconfitta che gli pesa di più fu quella ai quarti di finale di Wimbledon 1979 contro lo statunitense Pat Dupre perché era convinto di vincere facile, ma in vantaggio di un set iniziò a pensare a Borg che “nonostante fosse il numero uno al mondo era il miglior avversario che potessi incontrare. Mi trovavo a meraviglia con lui e sapevo come fargli perdere il filo del suo infinito palleggio”.

Nel 1976 i lettori del Guerin Sportivo lo votarono lo sportivo dell’anno dedicandogli una storica copertina e regalando un gigantesco poster all’interno della rivista che io, come altri, appendemmo tosto alla parete della nostra cameretta.

Oggi, che ne compie 70, potremmo votarlo lo sportivo del “decennio lungo del secolo breve”, quello in cui accadde di tutto, anche quello che non si ripeterà mai più.

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