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#JournalismIsNotACrime Carcere e querele temerarie, il combinato disposto che ingabbia l’informazione

 

Mancano sei giorni e sono preziosi per tutti i giornalisti ma non solo per loro, bensì per tutti coloro che credono nella libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione. Il 9 giugno prossimo la Corte Costituzionale deciderà sull’eccezione di costituzionalità inerente l’applicabilità del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa che, per sua natura, riguarda in massima parte i giornalisti. L’esistenza di una simile pena, comminata seppur non scontata effettivamente (finora), rende il nostro Paese simile Stati del calibro di Turchia ed Egitto, famosi per il numero di giornalisti in stato di detenzione. E  ci avvicina pericolosamente ad un regime dove le libertà vengono sospese.
Si arriva a questa udienza per l’eccezione sollevata dal Tribunale di Salerno, su istanza del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania in un procedimento che ha riguardato un giornalista del quotidiano Il Roma. La campagna avviata da Articolo 21 non è una difesa d’ufficio della “casta” dei giornalisti ma una battaglia sui diritti civili in Italia e si inserisce in un più ampio e preoccupante consesso nel quale l’agibilità dell’informazione è messa seriamente in discussione. Ogni giorno di più. Per il combinato disposto della possibilità di applicare la pena del carcere nel reato di diffamazione e del crescente numero di querele temerarie contro i giornalisti si ottiene uno spazio sempre più ridotto per l’informazione libera e indipendente, invocata da tutti ma boicottata apertamente nei fatti. Non si può ignorare chi sono gli autori delle querele temerarie (quelle cioè che finiscono con archiviazione o assoluzione): grandi imprese pubbliche e private, politici, esponenti della criminalità organizzata. E va analizzato il contenuto degli articoli che sono oggetto di querela temeraria: inchieste,  arresti,  addirittura sentenze o sequenze di processi per associazione mafiosa, corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio del denaro. E’ ormai dimostrato dai numeri che le querele per diffamazione hanno come fine primario quello di bloccare la pubblicazione degli articoli e quindi è il racconto che si vuole evitare, quello che ci narra il Paese che siamo, con un altissimo tasso di corruzione e mafia. In Parlamento giace, ancora una volta, un progetto di legge  che propone l’abolizione del carcere tra le pene previste per il reato di diffamazione, ma non va avanti. La sentenza che si aspetta dalla Corte Costituzionale può rappresentare lo snodo cardine per la modifica legislativa.
Questo conto alla rovescia fino al 9 giugno conta e molto, per i giornalisti, per l’informazione, per la democrazia.

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