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Coronavirus. I numeri, la memoria, le domande

 

Le parole possono costruire muri o ponti, lo sappiamo. Ma anche i numeri possono avere questa doppia funzione: chiuderci sempre più nell’angoscia o aiutarci ad alzare lo sguardo oltre il nostro orizzonte più circoscritto. Il richiamo che ci fa la Carta di Assisi – “impariamo il bene di dare i numeri giusti” – torna alla mente leggendo l’intervista di Riccardo Cristiano a padre Antonio Spadaro. Quanti di noi avrebbero saputo dire che nel 2018 – secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riportate da La Civiltà Cattolica – malattie ‘banali’ come la malaria e la tubercolosi hanno ucciso rispettivamente 435mila e 1milione 200mila persone? E un altro numero è finalmente emerso: quello dei tagli che in pochi decenni hanno falcidiato la nostra sanità pubblica. 39 miliardi: cifra clamorosa, ad ascoltarla e a leggerla adesso. Ma faccio parte dei tanti che non hanno reagito con particolare scandalo quando questo totale che oggi ci opprime veniva messo insieme, sforbiciata dopo sforbiciata.

In questi giorni drammatici fioccano i buoni proponimenti che la paura spesso induce, all’insegna dello slogan “niente sarà come prima”. Se è vero che abbiamo capito la lezione, se davvero ci siamo resi conto che su questo pianeta siamo tutti inevitabilmente connessi e che non c’è salvezza individuale o di piccolo gruppo, dovremo dimostrarlo conservando la memoria di questi numeri e dello sdegno che ora sembra così unanime per l’indebolimento del sistema sanitario pubblico. Tenere a mente l’impegno che oggi rimbalza di bocca in bocca a “ridefinire le nostre priorità”: vale anche per l’informazione, troppo spesso persa all’inseguimento della battuta del giorno e incapace di cogliere e raccontare invece i cambiamenti di fondo che investono una società.

Ma per farlo è essenziale anche recuperare, come giornalisti, un più largo uso dello strumento che abbiamo a disposizione: le domande. La categoria ha reagito come era giusto alla scelta del Presidente del Consiglio di allestire, sabato scorso, un monologo via Facebook anziché una civile conferenza stampa, e le proteste hanno indotto Conte a cambiar linea. Ma il malcostume ha fatto parecchia strada, in questi anni. Senza mediazione giornalistica un qualsiasi leader politico o un sindaco può postare un video che grida “aprire tutto!” e tre settimane dopo un altro che, con la stessa veemenza, chiede di “chiudere tutto!”, perché tanto non ci sarà nessuno a chiedergli conto della contraddizione. Così come si può esibire gratis indignazione per i tagli alla sanità, se non c’è qualcuno a ricordare al dichiarante che anche la sua parte politica ha concorso a praticarli.

Non mi sento di giurare che, passata questa fase straordinaria, “niente sarà come prima”. L’impegno è affascinante, ma molto ambizioso, Però almeno una cosa dovremmo lasciarci alle spalle: la pigrizia – o peggio la subalternità – che da giornalisti ci ha fatto declassare a ‘raccoglitori di dichiarazioni’, un ruolo che con l’informazione ha solo una lontanissima parentela. Se questo è il momento in cui gli specialismi tornano in voga e gli esperti si prendono la rivincita sull’incompetenza elevata ad ideologia, il tempo può essere propizio anche per ricordare la funzione insostituibile dell’informazione professionale. A patto che non siamo noi stessi a svuotarla limitandoci a ‘reggere il microfono’.

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