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Grazie Paolo Palumbo, grazie Amadeus, grazie Festival di Sanremo…

 

Festival della canzone italiana di Sanremo n.70: bene così, se davvero ascolti e gradimento sono quelli che si dice, che si legge; ma soprattutto bene che con le “canzonette” passi e si ricordi al grande pubblico qualcosa che con le “canzonette” ha poco o nulla da spartire.

E’ solo “canzonetta” Giorgio Faletti che struggente sillaba: “…Minchia signor tenente / faceva un caldo che se bruciava. / La provinciale sembrava un forno/  C’era l’asfalto che tremolava / e che sbiadiva tutto lo sfondo / Ed è così tutti sudati / che abbiam saputo di quel fattaccio / Di quei ragazzi morti  ammazzati / gettati in aria come uno straccio / caduti a terra come persone / che han fatto a pezzi con l’esplosivo /che se non serve per cose buone / può diventar così cattivo /Che dopo quasi non resta niente…”.

Ci si è commossi con Simone Cristicchi, che “recita” “…Mi chiamo Antonio e sono matto / Sono nato nel ’54 / e vivo qui da quando ero bambino / Credevo di parlare col demonio / Così mi hanno chiuso quarant’anni dentro a un manicomio / Ti scrivo questa lettera perché non so parlare / Perdona la calligrafia da prima elementare / E mi stupisco se provo ancora un’emozione / Ma la colpa è della mano che non smette di tremare…”.

   “Ti regalerò una rosa” e “Signor tenente” fanno parte della storia del Festival, al pari del liberatorio “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno; di questa storia, da ieri, fa parte anche Paolo Palumbo con il suo “Io sono Paolo”.

Palumbo, 22 anni, assieme a Kumalibre (Cristiano Pintus), porta sul palco dell’Ariston questo brano che lui stesso ha composto: Nella vita di ognuno di noi / c’è un sogno da realizzare / dicono però per avere ciò che vuoi devi lottare / non me la sento proprio di lasciarmi andare / perché se esiste una speranza ci voglio provare / mi chiamo Paolo ed ho 22 anni e ho la SLA / l’ho scoperto quattro anni fa / mi ha levato tutto tranne la vitalità / c’è chi mi giudica con troppa cattiveria / come se mi divertissi a tar seduto tutto il giorno su una sedia / il mio corpo è diventato una prigione…”.

Paolo, malato di SLA, non può parlare: canta grazie a un riproduttore vocale attivato da un sensore ottico. Amadeus, dopo l’esibizione, gli lascia la parola: «Combatto da 4 anni contro la SLA. Ringrazio Sanremo per avermi dato l’opportunità di portare la mia storia qui, nonostante questa voce un po’ particolare…I limiti sono solo dentro di noi, la vita non è una passeggiata, ma dobbiamo affrontare tutte le sfide che ci mette davanti con tutto l’entusiasmo possibile…Avete usato il vostro tempo nel migliore dei modi? Avete detto “ti voglio bene”? Il tempo che abbiamo a disposizione è poco e prezioso e dovremmo sfruttarlo riempiendo il mondo di altruismo».

Ogni giorno siamo ammorbati da un’insulsa politica dei “palazzi”, il suo pio-pio, miao-miao, bau-bau, bla-bla; poi arriva Paolo, come ieri sono arrivati Piergiorgio e Simone; ci riportano ai problemi concreti della vita; alle cose che ci riguardano direttamente: se non in prima persona, qualcuno che si conosce, a cui si vuole bene, si ha stima, riconoscenza… Paolo ci dice che la sua “non è la storia di un ragazzo sfortunato, ma di uno che non si è arreso”. Speranza, coraggio, determinazione, consapevolezza, voglia d’“essere”.

La SLA, sclerosi laterale amiotrofica, è una malattia che al momento non perdona: la scienza, la ricerca, ancora non hanno trovato un rimedio, una cura. Chi ne è affetto è condannato a morte lenta. Non esistono dati precisi, ma secondo le stime in Italia ci sono circa seimila malati di SLA, e 450mila, nel mondo. A un certo punto del decorso, diventa indispensabile l’uso di un respiratore, con tutto quello che questo comporta; per alimentarsi occorre far uso della nutrizione artificiale con un sondino. Una pena, letterale, nella pena.

I malati e le loro famiglie spesso lasciati soli di fronte a questa tragedia; senza adeguato aiuto e sostegno concreto e psicologico. Soli con la speranza che la scienza trovi un giorno un rimedio, dia loro la possibilità di vivere, e non solo di morire con dignità; chiede, Paolo, i tanti Paolo che almeno si aiuti la ricerca, la si sostenga: contro ogni proibizionismo dogmatico e ideologico…

Per Paolo vale quello che il premio Nobel per la Letteratura José Saramago dice di Luca Coscioni: “Attendevamo da molto tempo che si facesse gioro, eravamo sfiancati dall’attesa, ma ad un tratto il coraggio di un uomo reso muto da una malattia terribile ci ha restituito una nuova forza. Grazie, per questo”.

Grazie Paolo; grazie Amadeus, grazie al Festival di Sanremo. Ma quel “messaggio”, “Io sono Paolo”, farlo risentire, e poi ancora risentire, e risentire ancora, a costo di “annoiare” come forse qualcuno può credere e temere? Se le parole “servizio pubblico” hanno un senso e uno scopo è questo: rendere consapevoli, far conoscere, ricordare, impedire che la memoria sia smarrita.

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