Anna Foa: “Studiare la storia aiuta a contrastare il razzismo e i pregiudizi”

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Riforma ha raggiunto Anna Foa, storica, accademica italiana, impegnata a Torino per una serie d’incontri. La nostra intervista

Razzismo, xenofobia, antisemitismo, sono solo alcuni dei mali del nostro tempo. Mali che si riversano sulle giovani generazioni,
su ragazze e ragazzi che ricevono offese per la sola colpa di avere un colore della pelle diverso; su fedi e culture minoritarie, come quella ebraica, in questi ultimi tempi presa particolarmente di mira; su persone che vivono difficoltà, come la disabilità, motivo anche questo di disprezzo; su studenti, compagni di scuola derisi semplicemente per la diversa provenienza di quella della maggioranza dei membri della classe; giovani che poi, “per gioco” o “per noia” o per “sentirsi qualcuno”, lanciano pericolosamente sassi dai cavalcavia per colpire auto in corsa.

Questi sono solo alcuni dei mali del nostro tempo. «La tensione è alta. C’è troppa violenza. È arrivato il momento di cambiare la rotta intrapresa».

Con Maria Ludovica Chiambretto dell’Amicizia ebraico cristiana di Torino, ci diamo appuntamento in una bella sala della sinagoga di Via San Pio V, dove incontriamo Anna Foa, la quale esordisce chiedendo appunto di cambiare la rotta, e lo fa dopo aver scambiato con noi alcune chiacchiere informali, prima di concedere a Riforma l’intervista ufficiale. L’autrice di
importanti saggi, lascerà poi la nostra stanza per raggiungere la comunità ebraica in San Salvario che la attende per ascoltare la sua conferenza.

Perché sia in atto una pericolosa deriva culturale e sociale nel nostro paese, che spesso sfocia nella violenza, è la prima domanda che rivolgiamo alla professoressa Foa, citandole l’ultimo caso di antisemitismo registrato nel capoluogo piemontese e
indirizzato a Marcello Segre.

«In Italia assistiamo sgomenti ai casi di antisemitismo raccontati dalla cronaca, molto gravi, e purtroppo non solo a quelli, altri fenomeni d’intolleranza sono molto diffusi. L’antisemitismo è in crescita proprio perché trae la sua linfa vitale dall’humus razzista ben seminato nel nostro paese. Il razzismo è più “forte” dell’antisemitismo».

Cosa si può fare per arginare il razzismo? 

«Studiare».

Studiare? 

«Sì, studiare per conoscere. Studiare la storia. Conoscere per comprendere, e non solo per tenere viva la memoria. Altrimenti la memoria resta vuota, senza contenuti. Solo grazie alla storia e alla conoscenza di ciò che è stato, è possibile acquisire gli strumenti necessari per tenere alta l’attenzione, e evitare così, come avvenne nel passato, di farsi sopraffare dagli eventi senza quasi accorgersene».

Il suo invito allo studio è rivolto ai giovani dunque? 

«A chiunque. Studiare fa bene a tutti. Studiare è la sola medicina utile, necessaria, per combattere i sintomi malevoli dell’intolleranza, del razzismo e i “virus” delle paure».

Il razzismo e l’antisemitismo hanno qualcosa in comune? 

«Tutto, e devono essere tenuti insieme. Troppo spesso li
si percepisce come due entità differenti. Il razzismo è una cosa e l’antisemitismo un’altra, si dice, ma a mio avviso troppo semplicisticamente. Non è così. L’antisemitismo cresce e si nutre nel terreno concimato dal razzismo. Ricordiamoci che il Manifesto per la difesa della razza nel suo primo numero – rivista uscita il 5 agosto del 1938 – sin da subito iniziò a separare i bianchi dai neri e dai gialli e poi arrivò agli ebrei. L’antisemitismo si nutre divorando i sentimenti razzisti. Anche se, in realtà, possiede una sua specificità».

Siamo ancora vicini alla data che ha ricordato la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz avvenuto il 27 gennaio del 1945 (oggi celebrato ogni 27 gennaio come Giorno della memoria grazie in Italia a una legge dello Stato promossa da Furio Colombo) e al ricordo delle foibe; la storia in queste date riemerge. Ritiene che siano sufficienti le commemorazioni per non dimenticare i fatti e le tragedie del passato? Che siano utili per ricostruirne le reali vicende che li scatenarono? 

«Ovviamente no, non sono sufficienti, ma sono utili. Un’intera generazione è cresciuta senza avere la minima consapevolezza di ciò che avvenne nel passato, seppur recente. Oggi, grazie alle commemorazioni, è possibile sensibilizzare l’opinione pubblica e le nuove e future generazioni. Tuttavia c’è un rischio, quello che queste giornate diventino nel tempo solo degli eventi e non delle commemorazioni. O peggio ancora che posano essere celebrate ideologicamente, come già sta avvenendo».

Si riferisce alla commemorazione delle foibe? 

«Ritengo che non sia opportuno, ad esempio, equiparare la tragedia delle foibe alla tragedia della Shoah. La ritengo una follia, priva di senso storico. Anche le foibe devono essere inserite in un contesto conoscitivo e devono essere studiate. Ad esempio allargando l’analisi storica all’aggressione italiana rivolta alla Jugoslavia, un’aggressione di un paese imperialista che, sulla base di una alleanza con la Germania nazista, ha occupato e attuato una politica di de-slavizzazione. Questi sono fatti che devono essere assolutamente tenuti in considerazione, ovviamente senza sminuire di una virgola il ricordo della tragedia delle foibe e di chi l’ha vissuta e ereditata. Vorrei citare un bel libro di Silvia Dai Prà Senza salutare nessuno – Un ritorno in Istria, nipote di un infoibato e figlia di un padre comunista, che torna in Istria per conoscere la sua storia e per cercare di capire. Cercare di capire, già, è ciò che tutti noi dovremmo fare» .

Eppure le istituzioni hanno celebrato la Giornata con enfasi… 

«Le foibe come ha ricordato il nostro Presidente della
Repubblica Sergio Mattarella, rappresentano una tragedia e
ha perfettamente ragione. Tuttavia, c’è un problema cogente, urgente, di cui le istituzioni devono oggi farsi carico, un tema a mio avviso dirimente: quello di fermare l’ondata di violenza e di intolleranza che emerge nel nostro paese ogni giorno di più. Spesso, esorto le nostre istituzioni affinché lo facciano. Le leggi per fermare l’intolleranza e la violenza esistono, e sono leggi nate appositamente per contrastare il razzismo e l’antisemitismo. Queste leggi, purtroppo, e troppo spesso, restano invece inapplicate. Dovrebbero esserlo minuziosamente e senza lasciare spazi interpretativi».

Far rispettare le leggi crede sia sufficiente per far diminuire l’intolleranza, dunque? 

«No, ma sarebbe già un ottimo deterrente. Un utile inibitore contro possibili atteggiamenti violenti e intimidatori. Non credo che il razzismo esibito non fosse già radicato nelle menti di chi oggi
lo ostenta, lo diffonde, lo era già trent’anni fa. In questi tempi, però, i sentimenti intrisi di cattiveria hanno la possibilità di emergere. Il problema è che il razzismo – l’avversione per la pelle nera del prossimo, il pregiudizio nei confronti dell’ebreo, la paura del povero e del malato – oggi sono invece tollerati, difesi, legittimati, sdoganati, sono stati “liberati”. Oggi tutto può essere esternato. Tutto si può dire, e lo si può fare perché “nessuno” reagisce. “Nessuno” mette argini a questa deriva etica e umana.

Ricordiamo le disposizioni transitorie della nostra Costituzione che vietano l’apologia del fascismo, la legge Scelba. Eppure, in Italia, sono presenti e votabili partiti che si richiamano esplicitamente al fascismo. Com’è possibile? 

«Perché un saluto fascista è considerato, oggi, poco più che una goliardata. Perché il divieto dell’apologia fascista “è una disposizione transitoria…”. Perché la legge Scelba “è nata in un contesto diverso…”; dunque c’è sempre una motivazione per poter dire che ciò che ne vietava un possibile nuovo sviluppo, in realtà, ormai è superato. Oggi scrivere “camere a gas” vicino a un campanello di un ebreo “è un gioco”. Non è così, e la storia lo insegna. La tragedia nata dall’intolleranza delle leggi razziali, le definirei più propriamente delle leggi razziste, toccò tutti, e ribadisco, tutti, perché tutti ne pagarono le sofferenze, e iniziò proprio così, prendendo poco seriamente i primi segnali d’intolleranza e di odio che si stavano manifestando e che in pochi volevano vedere. Oggi questa intollerabile miopia, non possiamo proprio permettercela».

L’informazione – sempre più spesso un pericoloso megafono acritico dei politici di turno – che ostenta una famelica morbosità immersa nella cronaca, ha delle responsabilità a suo avviso? 

«Gli episodi di violenza contro ciò che è considerato
diverso sono il segnale del livello di civiltà o dell’inciviltà di un Paese. La propaganda che si fonda sulla diffusione della paura e dell’odio, cavalcata da una certa politica, non può e non deve essere amplificata dai media; chi lo fa, ne è complice».

E la rete web? 

«La rete è una grande piazza e in una piazza può accadere di tutto; la rete è un luogo virtuale, dove tutti vanno in giro per farsi vedere, per dire la propria, per ottenere apprezzamenti che oggi
chiamiamo like. Un luogo di democrazia, se ben utilizzato; di propaganda se mal interpretato. Un luogo che può nascondere insidie per i più giovani e i più condizionabili. Quando l’odio passa attraverso la rete internet è possibile denunciare: la polizia postale e preposta per questo è molto brava. Il web è monitorabile e pieno di telecamere. Una pugnalata è sempre registrata e visibile, in caso di denuncia. La rete può favorire il bullismo, l’antisemitismo, la violenza; così come può aiutare a contrastare il bullismo, a evitare episodi di razzismo e a esprimere solidarietà e vicinanza a chi ne ha bisogno. Dipende da come la s’intende utilizzare».

A pochi giorni dal ricordo della tragedia della Shoah, anno dopo anno, è sempre più evidente la lenta e inesorabile scomparsa dei testimoni diretti… cosa accadrà dopo di loro? 

«Purtroppo non possiamo rendere immortali i sopravvissuti; i testimoni di quella tragedia. La loro efficacia, tuttavia, resa palese dalla forza della testimonianze diretta è unica
 e sarà irripetibile. Rimarranno le loro storie e le loro testimonianze raccolte in numerose interviste video e audio. Pensate, ad esempio, alla forza della testimonianza di Liliana Segre al Parlamento Europeo lo scorso 27 gennaio: quel video, quel toccante discorso, sono già entrai a pieno diritto nella nostra storia e rimarranno nella storia».

Se le pronuncio la parola «empatia», ossia la capacità di mettersi nei panni degli altri, cosa le viene in mente? 

«Che è una prerogativa emotiva che stiamo perdendo, purtroppo. Non abbiamo più amore per gli altri, non sentiamo più il dolore altrui: abbiamo perso la capacità di capire cosa l’altro possa provare di fronte a una nostra parola,
sollievo se questa è di incoraggiamento, sofferenza se questa è dura come una pietra. Frequentando tanti giovani e tante scuole, però, posso affermare che c’è ancora tanta empatia e che è riscontrabile in tanti momenti della nostra vita. Spetta a noi tenerla in vita e questo possiamo farlo».


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