Perché abbiamo registrato un videomessaggio per le cineaste iraniane

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Quando lo scorso 3 gennaio il presidente statunitense Trump ha ordinato di compiere la missione già da tempo decisa per uccidere il generale iraniano Solemaini in Iraq, facendola seguire a dichiarazioni di guerra, solo una cosa è risultata chiara in Italia: non siamo sufficientemente informati per poter comprendere appieno le conseguenze di tali dichiarazioni in Medioriente. Un dato su tutti: negli ultimi due mesi sono state uccise oltre 1500 persone, ma qui non se ne parla. Nonostante gli studiosi italiani di Medio Oriente non manchino, spesso non vengono contattati, e finisce che un omicidio come quello di Solemaini venga qui assimilato con pareri opposti. La verità, come del resto sempre accade, è molto più complessa di quanto si possa apprendere così all’improvviso, in pochi giorni, specialmente se poi abbiamo la possibilità di chiedere a iraniani, iracheni, siriani o yemeniti cosa ne pensino.
Questa premessa serve a spiegare perché nel gruppo Facebook “Mujeres nel cinema” che riunisce le professioniste del cinema italiano – già 7000 dalla sua creazione lo scorso ottobre – ho proposto di registrare un semplice messaggio “di pace e libertà” destinato principalmente alle nostre colleghe iraniane. Fare rete è fondamentale, e il gruppo – che dobbiamo all’attrice Miriam Previati, ad Elena Tenga di Cinema d’autrice e alla produttrice Giulia Rosa D’Amico – sta funzionando bene, ma uno spazio su Facebook non è il luogo più adatto per dibattere questioni che faticano a trovare la giusta considerazione persino altrove.

Nel nostro gruppo parliamo di cinema e di come venirci incontro nel lavoro, non parliamo invece di politica perché il gruppo nasce appunto con un’altra finalità e chi vuole esprimersi su questioni politiche ha tutto il resto del web (e della vita reale!) a disposizione. Inoltre possiamo avere impressioni diverse, ma come cineaste abbiamo provato semplicemente a capire come si possano sentire le nostre colleghe che vivono in questo momento in Iran, terra che tra l’altro ha sempre prodotto grande cinema. Lì non c’è stata una “primavera araba”, ma ci sono proteste di piazza tutti i giorni. Molte persone vengono arrestate, costrette al silenzio, detenute. È il caso anche di diversi artisti. C’è anche molta autocensura. Ci siamo dette: non possiamo essere indifferenti. Ci è successo, insomma, che la vita ha preso il sopravvento e abbiamo realizzato che sì, ci occupiamo d’altro e quindi non faremo proclami, ma allo stesso tempo no, non si può tacere di fronte alla minacce della politica. Ecco perché il nostro messaggio è essenzialmente “di pace e libertà”.
In tutto il mondo le donne che fanno cinema sono una minoranza rispetto agli uomini, nonostanti siano in atto diversi tentativi, soprattutto da parte dei festival, di ridurre la forbice. Nel nostro settore come un po’ in tutti, se sei donna non hai vita facile. E questo ci unisce. Saremmo quindi felici di poterci confrontare più spesso con professioniste di altri paesi. Ecco perché con il nostro messaggio ci siamo rivolte tanto alle colleghe iraniane, quanto alle statunitensi.

Il videomessaggio


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