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Torna a farsi vivo il dibattito sull’esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici

 

“Laicità non significa cancellare la propria storia, la propria cultura e la propria identità. Laicità significa libertà e rispetto di tutte le sensibilità. Davvero trovo strumentale e imbarazzante che qualcuno proponga nuovamente di rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche e che lo faccia usando il pretesto della sensibilità di bambini stranieri di altre religioni per giustificare tale violenta iniziativa. Violenta, così la vedo io, perché togliere un simbolo che religiosamente significa amore, dono, sacrificio e salvezza, vuol dire soffocare e cancellare un sentimento, una fede e una storia popolare millenaria. Sarebbe come strappare pagine su pagine di storia, letteratura, storia dell’arte, costume, tradizione, togliendo tutto ciò che la cristianità ha apportato alla cultura e all’identità italiane. È assurdo e ingiusto e serve solo a diffondere la cultura del vuoto e ad alimentare tensione e odio verso i diversi, usati come scusa. Spero di poter scrivere un articolo domani, ma intanto volevo ribadirlo qui. Le scuole hanno bisogno di essere messe in sicurezza e modernizzate, non di essere spogliate della propria storia”.

Ieri sera ho scritto su Facebook questa riflessione, dopo aver letto della polemica innescata dalle parole del ministro dell’Istruzione Fioramonti. Ogni anno, solitamente intorno al periodo di Natale, torna a farsi vivo il dibattito sull’esposizione di simboli religiosi in luoghi pubblici. Da un lato chi, anche da non credente o da credente in altre confessioni religiose, difende la presenza del simbolo per antonomasia del cristianesimo nelle scuole e negli uffici, in nome di un rispetto per le tradizioni, la sensibilità e la cultura italiane. Dall’altro chi, in nome di una laicità pura, spesso vicina al laicizzazione, vorrebbe che non venissero esibiti simboli di nessuna religione. Qualcuno ha anche scritto il suo parere sull’insegnamento della religione cristiana nelle scuole e anche su questo tema sono emerse posizioni diverse, interessanti e talvolta diametralmente opposte.

Sul post e sulle pagine dove è stato condiviso (al momento 99), i toni sono sempre stati rispettosi e costruttivi, pur esprimendo idee e sensibilità molto differenti. Ho dovuto cancellare e poi bloccare una sola persona, che era partita in quarta maledicendomi perché trovava assurdo che da musulmana difendessi il crocifisso. Uno su oltre 300 persone che hanno interagito solo sulla mia pagina, a testimoniare che il tema è sentito, ma soprattutto che le persone hanno voglia di confrontarsi, esprimersi e dialogare, anche sui social, in modo pacifico e costruttivo. Credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti della questione. Vivere gli spazi pubblici, anche quelli virtuali, con un atteggiamento rispettoso e democratico, vuol dire non soccombere alla violenza verbale che spesso la fa da padrona nei talk show e soprattutto on line. Vuole dire non vedere nell’altro un nemico, ma una persona degna dello stesso rispetto e della stessa libertà che ognuno di noi rivendica, facendo salve idee nettamente in contrasto tra loro.

Tornando al cuore di questa riflessione e del confronto che ne è scaturito, c’è un altro aspetto importante, che vale la pena approfondire. I detrattori dell’esposizione pubblica del crocifisso spesso parlano di sensibilità dei bambini di altre culture e religioni, alimentando di fatto un’insofferenza verso i “diversi”, percepiti come coloro che vogliono cancellare e modificare la cultura e le tradizioni italiane. Mettere in mezzo “il diverso”, specie quando si tratta di bambini, spesso suona come una scorciatoia per non affrontare un dibattito evidentemente sentito, che si muove nello spazio tra laicità e laicizzazione. Non sono i bambini a non volere i simboli e spesso nemmeno i genitori di altre religioni. Bisogna prendere atto che il vero dibattito è tra adulti, tra italiani. Al netto delle numerose idee che possono avere persone di altre religioni, sarebbe utile un confronto aperto tra adulti della medesima cultura e origine, perché dimostrerebbe che anche tra italiani ci sono un’infinità di opinioni e idee e che non esiste un pensiero unico legato alla nazionalità. Sembra un discorso elementare, ma di questi tempi appare necessario ricordarlo.

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