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Narni. Al Festival della Sociologia analisi e soluzioni affinché le donne vittime di violenza siano libere

 

L’11 ottobre scorso, al Festival della Sociologia di Narni, mi hanno chiesto di partecipare in qualità di relatrice al panel dedicato alla tutela delle donne vittime di violenza nei conflitti, in particolare sul caso delle donne vittime dell’Isis in Iraq. Rispetto a chi mi ha preceduta, preparai un intervento sulla Libertà che vorrei qui condividere alla luce di quanto sta avvenendo in queste ore.

Sarebbe stato facile e la cronaca me lo avrebbe permesso, illustrare tutta una serie di immagini, stampate o filmiche, e di notizie, per parlare del concetto di Libera Scelta di agire che in vari contesti come quello proprio del conflitto, da individuale coinvolge un certo gruppo di persone (com’è l’Isis), determinando rispetto al valore e allo scopo che ci si prefigge l’espressione e una specifica reazione, manipolata, negli altri. Di fatto quando parliamo di Tutela delle donne, il significato che diamo alla parola “tutela” resta ancora quello di difesa, protezione, sostegno, cura; ma dal mio punto di vista sarebbe più corretto parlare di emancipazione, riscatto, libertà: quindi, analisi e soluzioni affinché le donne vittime della violenza nei conflitti siano libere.

Ritenni allora importante fare un passo indietro e ripartire dalla Storia per contestualizzare ciò di cui stiamo parlando, Storia che è asse portante dell’Informazione stessa.

Cominciamo dal principio, da una Storia un po’ lontana da noi ma necessaria a porre le basi. L’Impero Persiano, ossia l’odierno Iran, nasceva sulle sabbie d’Arabia al posto dell’Impero babilonese. L’Arabia era ricca: forniture idriche per l’agricoltura, incenso e mirra per il commercio e poi c’era La Mecca prima e Medina poi a cullare una delle tre religioni monoteiste più importanti al mondo, accanto a ebraismo e cristianesimo: l’Islam. L’Impero Islamico che nel VII secolo d.c. si estendeva dalla Spagna all’Indo, era stato creato, fondato e sostenuto con la parola di Dio messa per iscritto nel libro sacro del Corano, trasmessa dall’angelo Gabriele a Maometto, il Profeta. I successori di Maometto che morì nel 632 d.c. furono chiamati Califfi, di cui più noti sono stati il Califfato Omayyade con sede a Damasco, la capitale attuale della Siria e il Califfato Abbaside con sede a Baghdad, capitale dell’Iraq.

L’Impero islamico almeno fino al XIII secolo perdurò con grazia e coscienza, prendendo in prestito ove necessario l’esempio dell’arte bizantina e sassanide. La società sassanide pose il suo dominio sulle regioni dell’Iraq e dell’Iran e quando i musulmani la conquistarono ereditarono direttamente la sua cultura e le sue istituzioni, compresa la religione monoteista zoroastriana che come religione di Stato stabiliva le regole che governavano i rapporti tra uomo e donna nelle classi superiori. Mentre le comunità ebraiche sotto i sassanidi tutto sommato erano tollerate, il destino dei cristiani dipendeva dai rapporti tra l’Impero sassanide e quello bizantino. I Mongoli dalla Cina, le quali tribù erano state unificate da Gengis Khan, sconfissero l’Impero Islamico e saccheggiarono la città della pace, Baghdad. Nel frattempo in Turchia, Osman I aveva fondato l’Impero Ottomano, conquistando gli antichi stati invasi dai Mongoli e avanzando contro l’Impero Bizantino: l’espansione nei Balcani permise di porre sotto assedio la città di Costantinopoli che nel 1453 divenne capitale dell’impero sotto il nome di Istanbul.

Saltando più avanti, troviamo quelle monarchie nazionali affermatesi nel corso del Settecento che si basavano sull’obbedienza assoluta: il potere era detenuto in nome di Dio. Nell’Europa centro-orientale l’Austria era riuscita ad allontanare l’Impero Ottomano da Vienna nel 1683 sotto la guida di Maria Teresa d’Asburgo e anche la Russia sotto Pietro il Grande era andata contro gli ottomani che fino al 1815 avrebbero esteso il loro dominio da Belgrado fino alla Tunisia. Dunque, è l’identità sedimentata nella vastità del popolo che ha permesso all’Islam di arrivare fin qui. Nella seconda metà dell’Ottocento, lo stato monarchico faceva voto ai tradizionali valori di austerità, moderazione, subordinazione della donna e poco rispetto per le classi meno agiate. Con le prime forme di Stato si cominciò ad affermare nella mente dei fondatori il presupposto che le leggi che avevano il potere di regolare la vita degli uomini nella società, dovessero anche legiferare sulla condizione di disparità che con il tempo aveva assunto la donna rispetto all’uomo, il quale ne aveva di fatto il predominio anche se nelle civiltà antiche aveva ruoli sociali importanti e a lei era associato un vero e proprio culto. Il patriarcato invece era regolato da leggi che tramite il diritto sulla famiglia imponeva severe restrizioni, limitando la libertà femminile a mere concessioni. Ad esempio, nello sviluppo delle società urbane la famiglia patriarcale doveva e non è detto che non sia così tuttora, in alcuni luoghi, garantire la paternità degli eredi e perciò era affidata agli uomini il controllo della sessualità femminile che così veniva istituzionalizzata, codificata e sostenuta dallo Stato ma definita proprietà maschile. Era la sociologa marocchina Fatema Mernissi a dire che “l’Islam è la sola religione del mondo che rafforza la reclusione della donna con la legge sacra religiosa. Con il fine di promuovere la legittimità del potere, le donne sono considerate uguali ma viene loro attribuita una condizione minoritaria che ne restringe i diritti”.

Nel 1908, dopo sette secoli di regno, l’Impero Ottomano fu sconvolto dalla rivoluzione dei giovani turchi che marciavano sulla capitale chiedendo al sultano di concedere una Costituzione. La crisi, affiancata a quella balcanica, favorì l’impero austro-ungarico che vi approfittò per procedere all’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina, di cui ne risentirono Russia e Serbia. Quest’ultima quattro anni dopo insieme al Montenegro, alla Grecia e alla Bulgaria strinse una coalizione e si mosse contro l’Impero ottomano che sconfisse. Solo a questo punto, in Turchia, Ataturk poté proclamare la Repubblica.

Dopo la II guerra mondiale molti paesi ottennero l’indipendenza dal dominio coloniale che non aveva più le forze militari né economiche per far fronte alle proprie occupazioni. Così, Iraq, Egitto, Yemen, Arabia Saudita, Libano, Transgiordania e Siria formarono la Lega degli Stati Arabi con scopi di cooperazione. Nel frattempo gli Stati Uniti erano diventati una nuova potenza globale:  da una parte permisero al vecchio continente la ripresa economica, dall’altra continuarono a fronteggiare l’Unione Sovietica a tal punto che sul problema del futuro della Germania il mondo fu costretto a dividersi in due blocchi nella guerra fredda. L’URSS impose il regime comunista in Bulgaria, Romania, Ungheria, Polonia dell’Est, Cecoslovacchia e le ex Repubbliche Baltiche; Stalin, tornato ad avere antiche aspirazioni imperiali, tese rapporti con la Turchia e con l’Iran che, nel 1947 aveva anche avviato un’alleanza strategico-militare con gli Stati Uniti, ripagati dai profitti del petrolio. Nel 1948 anche Israele aveva ottenuto l’indipendenza e aveva formato il suo stato anche se, fin da subito, ci furono forti contrasti tra palestinesi ed ebrei. Gli arabi non lo riconoscevano e la crisi si aggravò quando gli USA lo cominciarono a sostenere mentre l’URSS prese le parti dell’Egitto. Due erano le componenti del movimento nazionale arabo: una tradizionalista, fautrice della re-islamizzazione della società tramite l’applicazione integrale dei precetti coranici e una più laica e progressista. Durante la Prima guerra del Golfo la parola chiave era “neutralizzare”: Bill Clinton, eletto nel 1992, decise di avviare la politica del doppio contenimento nei confronti di Iraq e Iran. L’idea era appunto quella di neutralizzare i due paesi, vista l’impossibilità di cambiare i loro regimi. Piuttosto ambigue sono anche le relazioni tra la Repubblica Islamica e Israele, emerse con forza durante la guerra con l’Iraq. Neanche l’Iran riconobbe lo Stato ebraico, eppure a partire dal 1983 il governo sottoscrisse un accordo con gli Stati Uniti che sarebbero riusciti a liberare alcuni ostaggi americani in Libano e in cambio gli iraniani avrebbero ottenuto armi made in USA con l’intermediazione degli israeliani. Ciò è stato ben documentato nello scandalo Iran-Contras, dato che parte dei profitti di quelle vendite fu utilizzata per finanziare i gruppi anti-sandinisti in Nicaragua, tutto ciò mentre Washington sosteneva Saddam Hussein. Proprio Saddam che in quel periodo si era richiamato a vendicatore delle masse arabe oppresse e a nuovo Profeta, proclamando la guerra santa contro l’Occidente – come sappiamo una storia in divenire – e sovvertendo il significato originario della parola “Jihad”.

La parola Jihad nella giurisprudenza islamica è distinta da una “difensiva” e da una “offensiva”. La prima è proclamata quando la comunità dei fedeli è attaccata e la sopravvivenza dell’Islam è sotto minaccia; la seconda che viene proclamata per attaccare è in realtà solo un’obbligazione collettiva, quindi non un’opinione legale autorevole, la cui responsabilità spetta unicamente al capo militare senza che l’insieme dei musulmani sia chiamato ad impegnarsi.

Alla sovversione dei significati e alle visioni più integraliste, dobbiamo aggiungere anche che la manipolazione del Corano è avvenuta fin dalle sue origini, mal traducendo dal persiano in arabo, non facendo distinzioni di genere e senza dare alcuna importanza alla traduzione del contesto che sta dietro e dentro le parole. A questo cerca di dare risposta il femminismo islamico che parte dalla rilettura e dalla reinterpretazione più equa del Corano, quale corpus religioso e giuridico. C’è dunque più coscienza del fatto che l’Islam non è contro i diritti delle donne. Ciò è stato anche espresso in una pubblicazione postuma nel 2008, da Benazir Bhutto, ex primo ministro pachistana uccisa in un attentato, lei scriveva: “Il fatto che la democrazia sia parte integrante dell’Islam è parte integrante della mia identità e della missione della mia vita. Il nucleo della mia fede musulmana si oppone incondizionatamente a coloro che usano l’Islam per giustificare atti terroristici, distorcendo, manipolando e sfruttando la religione per i loro particolari programmi politici. Le loro azioni non sono solo antitetiche all’Islam, ma espressamente proibite dal Corano”.

La manipolazione compromette l’uso cognitivo del Pensiero individuale e quindi della Libera Scelta di agire di cui avevo accennato all’inizio che, istigata dall’odio, può essere inibita.

Qualche anno fa feci delle ricerche sull’Islam e sul comportamento umano applicato, perché mi premeva capire come il comportamento cambi nei conflitti armati: qual è la motivazione, cosa ci fa compiere un’azione piuttosto che un’altra. Ad es. perché compiamo azioni che sappiamo ci recheranno un danno? La risposta è insita nella domanda: più qualcosa è pericolosa e più ne siamo attirati. L’antitesi di quella mia riflessione si basò su una notizia che lessi su “Internazionale” e che a sua volta traduceva un articolo ripreso dal “Der Spiegel”. Si raccontava che nel 2012 su Youtube venne fatto fruire un film dal titolo “Innocence of muslims” in cui il protagonista, George, diventato il Profeta Maometto intratteneva rapporti di natura sessuale con molte donne tra cui una bambina. Questo video nei territori dell’Islam venne censurato, perché non ritenuto sarcastico ma blasfemo, e nel frattempo ciò provocò forti proteste. Quell’uso del web era in contrasto con il diritto di cronaca, critica e satira – diritto che per il giusnaturalismo è preesistente alla cittadinanza -, perché sottintendeva la volontà deliberata degli autori di andare contro l’Islam, non solo immaginando le ripercussioni internazionali cui sarebbero andati incontro ma anche non considerando che l’Islam non prevede e per questo censura la rappresentazione del Profeta in qualsiasi forma essa avvenga. Ciò non ha nulla a che vedere con il giornalismo, anche se purtroppo ancora oggi spesso ci troviamo a difendere la professione contro chi vorrebbe delegittimarla attentando al pluralismo e orientando il Pensiero verso un’identità collettiva passiva.

Farsi portavoce dell’espressione, permettetemi la parentesi, dare voce alle altrui testimonianze esige rispetto. I regimi totalitari hanno per lungo tempo sottomesso i mezzi di comunicazione, o talvolta, come vediamo accadere ancora, li hanno usati in loro favore. Non è accettabile che questo diritto possa essere denigrato e che, senza alcuna oggettività o consenso politico (di propaganda), siano i cittadini a rimetterci, privati di giustizia, soprattutto in contesti di conflitto dove la realtà è tanto precaria.

Nel conflitto, il controllo diffuso non sembra limitare la legittimità dell’autorità, ma anzi l’abuso esplicito della violenza, paradossalmente, rende il gruppo più coeso e collaborativo. Per noi che leggiamo i giornali e ascoltiamo i notiziari da fuori, tutto questo corrisponde a una disintegrazione dei valori da noi considerati una violazione dei diritti umani. Ma il Male, banale, si apprende e quindi chiunque segua il carnefice nel suo delirio di onnipotenza o nella sua aspirazione al martirio, vedi i kamikaze, si sente moralmente obbligato a farlo. Il suicida che (e)segue gli ordine del terrorista esprime la sua assoluta identificazione nel gruppo di riferimento fino ad annullarsi totalmente in esso. La vittima donna ha poi un altro aggravante: l’Isis che nel suo concetto di espansione è come un’istituzione totale che indottrina, sottomette e disprezza, si dimentica e occulta il soggetto “al femminile”, quindi poco importa se poi viene maltrattata, stuprata, torturata, uccisa o costretta ad uccidersi, anzi può essere applicata anche una sorta di violenza preventiva volta cioè a produrre un equilibrio, seppur distorto, all’interno del gruppo. Anche queste notizie, con le dovute accortezze etiche e linguistiche devono essere testimoniate e in Italia come in Europa abbiamo carte che a tal scopo ci vengono in soccorso: possiamo ricordare la Convenzione di Istanbul che il Consiglio d’Europa ha approvato sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne; la Carta di Nizza ovviamente, per i diritti fondamentali all’interno dell’assetto comunitario; rientra nella deontologia giornalistica italiana la Carta di Roma per le migrazioni e più ampiamente contro i linguaggi d’odio e il Manifesto di Venezia, approvato due anni fa, contro ogni forma di discriminazione e violenza tramite parole e immagini.

In Iraq invece le cose sono differenti. Amnesty nel suo rapporto dell’anno scorso ci ha confermato che l’Isis “ha commesso gravi violazioni delle norme internazionali sui diritti umani in alcuni casi equiparabili a crimini di guerra. Ha sfollato con la forza migliaia di civili, ha ucciso deliberatamente, ha eseguito pene capitali e reclutato bambini soldato. Le donne che avevano trovato riparo all’interno dei campi per sfollati hanno denunciato di essere state sottoposte a stupro e altri abusi sessuali, oltre che a forme di sfruttamento e sistematica discriminazione nelle razioni di cibo, acqua e beni di prima necessità”.

I dati di Reporter Sans Frontieres di due giorni fa ci dicono che nel mondo solo nel 2019 sono stati 30 i giornalisti uccisi e 232 quelli incarcerati. Nella classifica che ogni anno Rsf pubblica sulla libertà di stampa, e ciò la dice lunga sul senso di democrazia che vige nel paese con i correlati diritti, l’Iraq si trova al 156° posto, non si è ancora dotata di una legge per il libero accesso all’informazione con il risultato che molti giornalisti possono essere aggrediti, uccisi e la stampa può essere censurata.

Se chi trasgredisce a un gruppo terroristico come l’Isis non viene privato della libertà ma ucciso e quindi privato della vita, il consenso, che il gruppo ottiene anche se non sempre razionalmente compreso appare direttamente proporzionale al grado di paura e al grado di distorsione della realtà che riesce a infondere, in modo persuasivo, nei confronti dei suoi seguaci: uomini, donne e bambini.

È Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia, a sottolineare quanto sia importante promuovere l’alfabetizzazione e il lavoro esterno della donna, nonché una discussione pubblica e libera, aperta e ben informata che possa trasformare radicalmente i concetti di giustizia e ingiustizia. Perché è nella mancanza di libertà sostanziali (come l’occupazione l’indipendenza economica, l’istruzione, il libero arbitrio, etc.) che, semplificando, va ad allargarsi la possibilità che nei sistemi autocratici o a contatto di gruppi integralisti vengano imposte misure coercitive, comprese nella più preoccupante violazione dei diritti in termini relativi di democratizzazione e in termini assoluti di diritto alla vita. Più all’interno delle società si instaurano situazioni di conflitto e fratture di ordine pubblico, più aumenteranno le disuguaglianze, andando a produrre e sviluppare comportamenti devianti, criminali, nati in reazione ad una situazione non più accettabile che può essere repressa e alla quale si può porre rimedio tramite il controllo normativo e decisionale se lecito, oppure esasperato e brutalizzato quando è illecito e quando cioè si fa beffa del diritto.

Ecco perché da un punto di vista, infine, strettamente collegato al narrare e al trasporre su carta ciò che vedo, mi sembra che la giustizia e la guarigione della vittima sia possibile solo attraverso un intervento mirato alla ricomposizione culturale, che non è solo nozionistica, ma che è volta a ricreare un umanesimo tra le persone.

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