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L’uccisione di Piersanti Mattarella, un delitto che ha deviato il corso della politica nazionale

 

Perchè un libro sull’omicidio di Piersanti Mattarella, a trentanove anni dalla sua esecuzione? Perchè l’uccisione del presidente della Regione siciliana è il delitto eccellente che più ha contribuito a deviare il corso della politica nazionale: quei sei proiettili sparati il 6 gennaio ’80 decretarono di fatto la fine della “solidarietà nazionale”, stagione bruscamente frenata dall’omicidio Moro, che però con Mattarella era destinata ad un rilancio che doveva essere verificato nel congresso nazionale della Dc previsto in febbraio. Il delitto di via Libertà interruppe definitivamente quell’esperienza e si aprì una nuova fase, non solo politica ma anche antropologica del Paese, che avrebbe condotto al governo Craxi ed al rampantismo politico, con l’idea che trasformava i partiti in ascensori sociali verso carriere folgoranti.
La storia del delitto Mattarella è una storia sulla quale, nonostante il lungo tempo trascorso, e un processo durato sette anni (dal ’92 al ’99), la giustizia italiana finora non è riuscita a fornire una risposta completa. Alla fine del processo di Palermo furono condannati come mandanti sei boss di Cosa nostra (Riina, Provenzano, Brusca, Calò, Nenè Geraci e Ciccio Madonia), ma fino ad oggi non sono mai stati individuati i killer che spararono al presidente della Regione siciliana, col risultato che un fitto alone di mistero grava tuttora su tutta la vicenda.
Anche in questo caso, verrebbe da dire, la giustizia ha fornito una risposta minimalista, nel solco di quella che Leonardo Sciascia definì una “confortevole ipotesi”, ovvero la centralità della mafia nell’esecuzione di via Libertà, mentre senza il supporto di una prova sono rimasti gli scenari “incompatibili” individuati da Giovanni Falcone, che ruotano attorno all’eversione di destra e alla P2, alla fine ignorati dal processo. Falcone era convinto che i killer di Mattarella fossero Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti dei Nar, in azione a Palermo nell’ambito di uno scambio di favori con Cosa nostra: l’uccisione del presidente siciliano in cambio dell’appoggio mafioso all’evasione dall’Ucciardone del leader “nero” Pierluigi Concutelli. Il giudice dedicò il settimo volume della sua monumentale requisitoria alla cosiddetta “pista nera” e alle possibili cointeressenze della P2 nel delitto Mattarella, individuando contatti tra Fioravanti e i “maestri” della destra eversiva Aldo Semerari e Paolo Signorelli, considerati vicini a Licio Gelli.
E mentre Falcone indagava sui Nar e sulla P2, in quel 1989, a Palermo è tutto un fiorire di misteri. Ci sono i misteri dell’Addaura, i misteri del commissariato San Lorenzo, il mistero di Faccia di Mostro, che iniziò la sua carriera in quel commissariato, e il mistero dell’omicidio Agostino, agente in quello stesso ufficio di Polizia. Poi c’è il ruolo enigmatico di un preside palermitano, Stefano Alberto Volo, informatore del commissariato San Lorenzo, che parlò di un massone “esoterico”, tale Gaspare Cannizzo, funzionario regionale, a casa del neofascista Ciccio Mangiameli, alla presenza di Fioravanti e Cavallini nell’anno del delitto Mattarella. C’è un rapporto tra l’attentato all’Addaura, la morte di Agostino e l’indagine di Falcone su Mattarella?
Nessuno, nel ’92, alla vigilia dello stragismo siciliano, se lo chiede. Ma l’attacco allo Stato esplode con tutto il suo fragore: il 23 maggio Falcone muore nel “botto” di Capaci.
E quando subito dopo inizia il processo Mattarella, la procura abbandona la “pista nera” e si concentra sul protagonismo della mafia. Risultato? Fioravanti e Cavallini vengono assolti. I killer del presidente siciliano restano sconosciuti. Su tutto questo oggi la procura di Palermo è tornata a disporre “approfondimenti”, mentre la Procura generale di Bologna ha aperto un’indagine sui finanziamenti per 14 milioni di dollari probabilmente transitati dal conto svizzero di Gelli all’eversione nera (Ordine nuovo e i Nar).
Gli inquirenti bolognesi, su sollecitazione delle parti civili, ora scavano su una possibile matrice comune della strage di Bologna e dell’omicidio Mattarella: una matrice piduista. E su un ipotetico ruolo di Faccia di Mostro, il misterioso sfregiato la cui ombra si allunga sullo sfondo degli attentati siciliani, anche nella strage di Bologna. Si torna così clamorosamente all’ipotesi di Falcone, rilanciando uno scenario eversivo che proietta sul delitto Mattarella le ombre nere dell’intreccio occulto tra neofascisti, mafia e massoneria, un “ibrido connubio” che chiede ancora di essere illuminato. A meno che non si voglia confermare la perversa definizione che lo stesso Gelli diede dell’omicidio Mattarella, definendolo nell’89 un “delitto perfetto”.

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