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Chiudere i porti alle armi, non alle persone

 

Di fronte al muro di gomma dei governi, partiamo dalle città per fermare immediatamente l’invio di armi per la guerra in Yemen. Il senso di una proposta che fa tappa a Roma il 28 gennaio 2019
Siamo sicuri che è così importante informare e far conoscere la realtà delle cose? E una volta che hai avuto notizia della partenza di bombe dal tuo Paese con destinazione Arabia Saudita che le utilizza sulla popolazione dello Yemen cosa cambia?

Non è un conflitto sconosciuto. Dopo che ne ha parlato il New York Times, da bravi provinciali, almeno per un giorno anche i media italiani ne hanno parlato. Spesso con la miopia che si concentra sulla responsabilità esibita ipocritamente dell’operaio costretto a lavorare per costruire strumenti di morte per non cadere in disoccupazione. Come se non fosse l’intero sistema produttivo e finanziario a imporre questo ricatto della mancanza di alternativa.

Non manca la capacità di indignarsi, per poi cambiare rapidamente canale, quanto di fermarsi sul fatto per dare spazio ad una risposta mite ma ostinata, capace di offrire una diversa narrazione, per esempio, alla banalità del male. Possiamo smontare la tesi oscena che giustifica la necessità di produrre e vendere armi ai Paesi in guerra perché, comunque sia, altri lo farebbero al nostro posto?

Allora perché non vendiamo la droga pesante? Ha risposto Maurizio Simoncelli, esperto di Iriad, in una audizione parlamentare davanti alla obiezione del solito deputato.

I governi a guida Pd hanno rigettato le mozioni che chiedevano uno stop all’invio di armi verso l’Arabia Saudita come previsto dalla legge 185/90 e da numerose risoluzioni del parlamento europeo. Ora il M5S al governo non sembra intenzionato a dare seguito alla posizione espressa quando era all’opposizione. Il senatore Cotti, sempre in prima linea nel denunciare i carichi di bombe da Cagliari, non è stato messo in lista. Ci sono dichiarazioni di intenti della Ministro Trenta, subito rintuzzate dal sottosegretario agli esteri, il legista Guglielmo Picchi. Il centro studi Machiavelli ha presentato una ricerca per confermare la necessità di sostenere il nostro rapporto di forniture militari a questo Paese decisivo per gli equilibri dell’aerea. “Se non le forniamo noi le armi, la guerra non si ferma e altri lo faranno al nostro posto”, ha ribadito il generale Morabito, già docente del Nato defence college, durante la presentazione del rapporto palesando l’insofferenza per le tesi buoniste che ci condurranno “a tagliarci gli attributi” davanti alla strafottenza francese pronta sempre a fregarci il posto. È così. C’è una corsa agli affari possibili in base al progetto globale “Saudi vision 2030” elaborato dalla Mc Kinsey, i consulenti statunitensi, non solo della monarchia saudita. E basta farsi un giro sul sito della fiera delle armi in Egitto del 2020 per capire quanto possa contare lo sdegno per la cortina fumogena gettata intorno alla orribile uccisione di Giulio Regeni.

Come esseri umani siamo, tuttavia, molto diversi dalle rappresentazioni distorte e compiacenti dei sondaggi e degli studi televisivi. Dalle città e dai paesi può nascere un vero dibattito pubblico per far emergere un senso comune degno del giusto modo di stare al mondo. Per questo ha senso portare in discussione nei consigli comunali una mozione che schiera le comunità per il blocco degli ordigni usati su scuole e ospedali in veri e propri crimini di guerra.

Perché con i tedeschi andiamo a ricordare le stragi di Marzabotto e non ci muoviamo per fermare quelle che avvengono ora in Yemen? Non possiamo, insieme, pensare a piani di intervento per una economia di giustizia per il nostro Sulcis Iglesiente dove quelle bombe vengono costruite dalla Rwm Italia controllata dalla germanica Rheinmetall Defence?

Non è così che l’Europa può riscoprire la propria identità e ragion d’essere? L’iniziativa della mozione è partita dal comune di Assisi (seguita finora da Cagliari, Bologna e Verona) nel segno dell’intuizione di La Pira sul senso e destino delle città che resistono alla guerra. Un ponte di fraternità alternativo a quello imposto dalla realpolitik dei nostri governi.

Il tentativo di trattare la questione come un caso marginale, delocalizzando il problema in Sardegna, come se questa non fosse Italia, dove la produzione avviene, è solo uno degli argomenti più puerili usati per coprire le gravi responsabilità politiche di ciò sta accadendo nel nostro Paese.

Non vi accorgete che la semplicità inoppugnabile della fornitura di armi ad una coalizione impegnata in un una guerra con migliaia di vittime civili, milioni di sfollati e l’insorgere di carestia ed epidemia di colera, è una cosa che non si può giustificare in alcun modo ed è capace di far saltare l’intero sistema della menzogna che sostiene l’omicidio di massa?

Mentre chiudiamo i porti ai disperati in fuga dalla misera e dalla violenza, le spalanchiamo alle micidiali bombe pronte a fare a pezzi persone che hanno la sola colpa di trovarsi in mezzo a feroci contenenti del potere di turno. Carne da macello, nostri fratelli e sorelle. È venuto il tempo di cambiare rotta. Apriamo i porti alle persone, sbarriamoli alla guerra che abbiamo ripudiato, se è ancora in vigore la nostra Costituzione.

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