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Senza opposizione

 
Un paese con una opposizione debole è un paese più debole. Può sembrare un paradosso, in un’Italia repubblicana che ha quasi sempre avuto governi brevi e fragili, eppure -anche se ci hanno persuaso che chiacchierare in Parlamento è una inutile perdita di tempo- in una democrazia liberale l’opposizione è la misura di un sistema che funziona.
Il “governo del cambiamento”, “rivoluzionario” e “populista”, frutto di un meticoloso “contratto” tra due forze antagoniste, ha fatto promesse ambiziose e contraddittorie ed ha occupato rapidamente tutte le poltrone disponibili. Nella sua perpetua campagna elettorale, gode di una visibilità mediatica quasi totalizzante, che dissolve il tenue fantasma della “par condicio”. Il segreto sta nel fatto che questo è un “Governo di Arlecchino servo di due padroni”, che continua fare l’opposizione a sé stesso e così prosciuga tutti gli spazi della “vera” opposizione. Opposizione? Berlusconi, si diverte a sbeffeggiare i 5S che non hanno mai lavorato, ma è alleato in tutta Italia con il formidabile Matteo Salvini, ormai azionista di maggioranza del centro destra. Poi ci sarebbe il Pd, e qui il condizionale è d’obbligo perché ancora non ha iniziato a riflettere seriamente sulla sua clamorosa sconfitta. Forse per questo ha fissato le primarie –domenica 3 marzo- in pieno carnevale, sperando di strappare qualche sorriso.
I candidati, sette o otto, sono tutte persone serie e brave, ma rappresentano quasi tutti il passato. Zingaretti è stato bravo a fortunato quando si è fatto rieleggere alla Regione Lazio, Minniti vuole coniugare sicurezza e libertà, ma ormai Salvini gli ha mangiato la merenda. Poi c’è l’inutile candidatura, un po’ triste, del segretario provvisorio e rientrante Martina, che si è fatto crescere la barba per darsi un po’ di carisma. Ci sarebbe anche il giovane filosofo Diego Corallo, che però si è incartato sull’arroganza della scienza, argomento che andrebbe spiegato in altra sede. Ma cosa propongono e cosa vogliono fare del Pd i vari candidati? Non si è ancora capito. Nel frattempo la grande maggioranza dell’elettorato si è aggrappata alla promessa del reddito di cittadinanza, oppure spera, prima o poi, nella “flat tax”, anche se molti calcolano che le tasse per le imprese aumenteranno. Presto ci saranno le elezioni europee, i sondaggi annunciano una impetuosa avanzata delle forse populiste ed antisistema. Eppure l’Europa -piena di difetti e burocrazia- dovrebbe essere riformata, rinforzata e tutelata come un bene dell’umanità, di più e meglio dei muretti a secco. Ha inventato la democrazia e i diritti umani e alla fine ha garantito un lungo periodo di pace e benessere. Certo, si è distratta e poi spaventata per l’ondata di migranti, prima arrivati dall’Est ex sovietico e adesso dall’Africa, continente che la Cina sta comprando a poco prezzo, nel totale disinteresse dell’America.
L’Europa, da riformare e rafforzare, per una sinistra democratica e riformista in affanno ovunque, potrebbe essere un’occasione preziosa per rilanciare progetti e liberare risorse, rovesciando –però- il metodo di selezione di una potenziale e nuova classe dirigente. Si potrebbe ripartire dalla generazione Erasmus, che hanno imparato a pensare in modo multiplo, più largo ed aperto. Si potrebbe dare spazio agli imprenditori che conoscono ed apprezzano un mercato liberato dai vincoli doganali, che favorisce la qualità e l’innovazione, o ai tanti ricercatori, formati ed espulsi dall’Italia, che sono andati ad arricchire imprese ed università straniere e che forse vorrebbero ritornare a lavorare a casa. Oppure, nel frattempo, qualcuno potrebbe leggere le analisi e le proposte del filosofo israeliano Nyuval Noajh Harari sui problemi e le soluzioni che ci attendono nel XXI secolo. Si potrebbe, ma le primarie del Pd saranno a Carnevale, quando ogni scherzo vale.

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