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Lilli Gruber, il fascino del talk show politico

 

C’è una rete televisiva che va per la maggiore. Non è della Rai, né di Mediaset. E’ la Sette di Urbano Cairo, l’editore che figura nel board del Corriere della Sera e ha in portafoglio alcune fra le testate periodiche popolari di maggiore diffusione. E’ uno che dai giornali sembra sappia guadagnare, il che non è da tutti gli editori, puri o impuri che siano.

Restando a La7, è ormai acclarato che sia diventato il terzo polo televisivo italiano nel campo generalista. Ma il successo che le sta arridendo non è dovuto a programmi di facile ascolto e di resa immediata, come il varietà, le canzoni, i quiz, i telefilm d’importazione o i film popolari, ma inopinatamente ai talk show di argomento politico. Primeggia Di martedì di Giovanni Floris che nel passaggio dalla Rai si è portato dietro un portafoglio di telespettatori come a suo tempo fece Mike Bongiorno passando con i suoi quiz a Mediaset, perfino Pippo Baudo che, però, come racconta nel suo libro autobiografico ebbe a pentirsene. Su La7 Floris rifà il Ballarò che essendo una testata Rai non ha potuto portarselo dietro dalla Rete Tre che lo aveva lanciato.

Ma la vera stella de La7 è Lilli Gruber che con il suo Otto e mezzo ha inanellato una serie di incontri con leader politici, giornalisti, personaggi della cultura, dell’arte, insomma della cosiddetta società civile, in una galleria che sta attirando l’attenzione. Gli ascolti crescono, l’indomani i quotidiani scrivono “Ospite della Gruber  il ministro tal dei Tali ha smentito….” . Insomma Otto e mezzo sta facendo tendenza, oltre che opinione. Fa tornare in mente Andreotti che un giorno definì Porta a porta di Bruno Vespa la Terza Camera, dopo Palazzo Madama  e Montecitorio, tanto quella trasmissione era frequentata (lo è tuttora) dai politici che contano. Oggi si potrebbe dire la stessa cosa di Otto e mezzo (che si chiama così perché va in onda alle 20,30, oltre ad essere il voto che daremmo al programma, ma la cosa non piacerebbe alla conduttrice piuttosto diffidente dell’eccessiva notorietà).

Anche Lilli Gruber (altoatesina, all’anagrafe fa Dietlinde) alla Sette è arrivata dalla Rai ma senza portarsi dietro una folla di telespettatori, ma forse  solo un pacchetto di aficionados. E tuttavia sta sbancando il botteghino, come si diceva degli spettacoli di successo.  La sua rubrica  sta crescendo di spessore e di interesse.  La ragione sta nel fatto che Lilli Gruber  sa fare più che bene il suo mestiere. E’ giornalista fin nel midollo. Giovanissima ha cominciato in una testata di lingua tedesca a Bolzano, la città che oggi cita spesso quando un suo ospite accampa giustificazioni peregrine a comportamenti discutibili sul piano della correttezza o della legalità. “Vengo da Bolzano – lo stoppa subito Dietlinde – vuole che non capisca queste cose”. Con tanti saluti alla mentalità meridionale  del compromesso o della tolleranza  al limite del lassismo.

A Roma  l’aveva chiamata Antonio Ghirelli, giornalista e scrittore napoletano di grande cultura e di importanti amicizie. Alla direzione del  TG 2 lo aveva voluto  Craxi in persona, negli anni in cui il partito socialista occupava  l’Italia molto più di quanto avrebbe dovuto consentire la sua affermazione elettorale. “Ci vorrebbe una bella guagliona”  aveva detto Ghirelli che di televisione non capiva molto  ma che aveva subito intuito l’importanza per un telegiornale di avere come conduttore un volto che avesse un forte appeal sul telespettatore, meglio se femminile. A quell’epoca, come tutti i telegiornali della Rai, il TG 2  era condotto da giornalisti bravi, bravissimi, ma targati: all’edizione delle ore 13, Giancarlo Santalmassi entrato in Rai in quota PSI, all’edizione della sera Mario Pastore,  figlio del ministro democristiano allora in auge.  La “bella guagliona” invece che da Napoli arrivò, dunque, da Bolzano e al TG 2 non  tardò a farsi apprezzare.  Aveva preso casa dall’altra parte di via Teulada, era la prima ad arrivare in redazione  l’ultima ad andarsene. Quando Ghirelli, che era stato oltre che capo dell’ufficio stampa del PSI anche consigliere per l’informazione del presidente della repubblica  Sandro Pertini, dovette passare la mano, la direzione del telegiornale socialista per antonomasia passò a Clemente Mimun che non mancava di analogo pedigree. E ben presto con la Gruber furono scintille: se a pochi minuti dalla messa in onda da via del Corso, sede del PSI, arrivava al direttore una nota politica che ovviamente era “di rigore”, la conduttrice altoatesina storceva la bocca e leggeva la velina (che di quello si trattava) con evidente distacco, come a far capire al telespettatore che “quella cosa lì” le era stata imposta e non ne condivideva il contenuto.  All’ennesimo cazziatone di Mimun la Gruber rispose per le rime, e il divorzio non tardò. Il TG 1 non se lo fece dire due volte e accolse a braccia aperte la riottosa ex conduttrice del TG 2. Ma il caso volle che Mimun diventasse un giorno direttore proprio del TG 1 e per coerenza la Gruber lasciò la Rai e momentaneamente il giornalismo. Fu eletta al Parlamento Europeo, da dove si sarebbe dimessa per tornare alla sua professione. Quindi il suo arrivo alla Sette. Ma prima, va detto, aveva fatto il suo scoop: era a Berlino alla vigilia della caduta del muro insieme con il collega Paolo Borella del TG 1. Mandarono degli ottimi servizi anticipando gli inviati che sarebbero accorsi in ritardo e scrissero anche un libro, il primo di una piccola serie di successo che la Gruber avrebbe pubblicato negli anni a venire.

Questa è la Lilli Gruber che dal lunedì al sabato fa sedere al tavolo di Otto e mezzo i suoi variamente assortiti ospiti. Seduta in pizzo alla sedia, puntellata sui tacchi a spillo che avranno ridotto un colabrodo il parquet dello studio, Lilli presenta con un sorriso colleghi giornalisti ai quali chiede un parere sui fatti  del giorno, molti i giovani, frequenti le donne in rappresentanza  di tutte le professioni, pochi i leader di partito. Questi ultimi sono il piatto preferito di Floris che ne sfoggia a bizzeffe: presidenti del consiglio, vicepresidenti, ministri, sottosegretari e tutta la compagnia di giro. Qualcuno potrebbe insinuare che mentre i pezzi grossi vanno a Di martedì, a Otto e mezzo vanno figure meno di spicco. Un po’ è dovuto al fatto che mentre Floris va in onda una volta alla settimana la Gruber deve mettere insieme una trasmissione quotidiana, e i tempi sono stretti. E’ anche vero però che certi politici che hanno l’abitudine di usare la televisione come una passerella, dalla Gruber si sentono meno sicuri di poter sfoggiare il consueto bla-bla-bla senza essere subito stoppati dalla rigorosa conduttrice poco incline alle concessioni. “Io vengo da Bolzano” ripete sempre più spesso. E rimette in riga gli indisciplinati. E va tenuto conto che alla Sette esiste un patriottismo di testata del quale la Gruber è molto rispettosa.

Naturalmente Floris, che è la vedette della rete, è l’artefice del successo del suo post-Ballarò, ma la “bella guagliona” scoperta da Antonio Ghirelli non è da meno e gli ascolti le stanno dando ragione. E l’editore Cairo è il primo a dirsi soddisfatto. Anche perché lo sguardo ficcante di Dietlinde è ancora una volta sulle pagine dei giornali e in televisione per la recente uscita del suo nuovo libro Inganni, che racconta una storia di giovani dell’Alto Adige negli anni del terrorismo, quando abbattendo tralicci dell’alta tensione i simpatizzanti dell’Austria manifestavano il loro dissenso contro il patto De Gasperi-Gruber sulla definizione della questione altoatesina. Karl Gruber era il ministro degli esteri austriaco e soltanto omonimo di Dietlinde, che quel patto ha sempre giudicato risolutivo per una questione di Stato che avrebbe potuto avere sbocchi imprevedibili. Con tanti saluti ai bombaroli di ieri: Andreas Hofer, l’eroe nazionale tirolese la cui statua nella cattedrale di Innsbruck è abbrunata in segno di lutto, e più recentemente Eva Klotz, dalla lunga treccia castana, dolomitica pasionaria per anni in politica e mai invitata a Otto e mezzo.

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1 COMMENTO

  • Domenico Mattia Testa

    Vedo sempre Otto e mezzo della Gruber su la Sette dove sono confluiti tanti giornalisti della Rai,forse
    perchè meglio pagati,forse perchè più autonomi da condizionamenti politici.E’ una trasmissione
    apprezzabile per come è condotta,per gli interventi,per la mancanza ossessiva degli applausi,per le
    rapide e puntuali inchieste di Paolo Pagliaro.Non meraviglia che sia il talk show politico più
    seguito,anche se non immune da critiche,a partire dalla presenza insistita di alcuni giornalisti che si
    ripetono nelle argomentazionie e nei giudizi per cui rischia di essere monotona.Non guasterebbe che
    il patriottismo di testata venisse meno rispettato per garantire un autentico pluralismo e che gli
    interventi dei vari ospiti avessero tempi meno vincolanti per far emerger meglio i punti di vista che
    vengono compromessi non di rado dalle eccessive interruzioni.Forse occorrerebbero tempi piu
    lunghi per un seri dibattito e confronto politico.

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