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Iran: quell’attacco di Pompeo che fa pensare all’Iraq del 2003

 

La strategia di Trump contro l’Iran sembra avere incassato un altro successo con il ritiro da Teheran di Alitalia – un dietro-front per una compagnia di bandiera che non ha mai smesso di volare in Iran anche nei momenti più aspri di altre stagioni di sanzioni e tensioni– mentre il rappresentante della Casa Bianca per le politiche sull’Iran Brian Hook ha avvertito che, finiti i sei mesi dell’esenzione dalle sanzioni sul petrolio iraniano, l’Italia e il suo business dovranno decidere da che parte stare, se con Washington o con l’Iran. Due segnali che preoccupano in Italia, ma che soprattutto cadono in una fase di ulteriore escalation nei rapporti tra gli Usa e la Repubblica Islamica – tanto da far temere che la Casa Bianca stia per preparare una nuova offensiva, stavolta militare, contro Teheran,  in un clima per certi aspetti analogo a quello che precedette l’invasione Usa dell’Iraq nel 2003.

I missili balistici di Teheran e le accuse di Zarif sugli arsenali di Riad e Israele

Al centro delle tensioni di queste ultime due settimane il nuovo test di un missile balistico di media gittata da parte di Teheran, e il conseguente allarme lanciato dal segretario di Stato Mike Pompeo nel Consiglio di sicurezza dell’Onu il 12 dicembre. In questa sede Pompeo ha ribadito l’accusa a Teheran di aver violato la Risoluzione 2231 dello stesso CdS – risoluzione che recepiva quell’accordo sul nucleare del 2015 che proprio gli Usa  hanno scelto nell’agosto scorso di lasciare unilateralmente, cercando di costringere con le loro sanzioni anche gli altri firmatari dell’intesa, e l’Europa in particolare, a farlo.  

Gli Usa riportano dunque per l’ennesima volta in primo piano il programma missilistico di Teheran, uno degli argomenti usati per abbandonare appunto un accordo che riguardava però solo il nucleare, e che l’Iran ha continuato a rispettare come certificato 13 volte dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).

Un argomento subito respinto dall’Iran, secondo il quale – volendo sintetizzare una questione tecnicamente piuttosto complessa –  la Risoluzione 2231 vieta a Teheran non di avere un programma missilistico di difesa, ma missili in grado di portare testate nucleari.

“Gli Usa e i loro alleati la smettano con le loro assurdità ipocrite sul missili iraniani e il suo ‘comportamento’ nella regione – ha twittato il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, rispondendo all’accusa di Pompeoall’Iran di avere il più grande arsenale missilistico nella regione -. Sono loro che vendono armi per centinaia di miliardi di dollari per massacrare gli yemeniti e sono loro e i loro clienti – non l’Iran – i responsabili dei disastri da Saddam all’Isis”. E pubblica una tabella da cui emerge che gli Usa hanno fornito, tra il 2013 e il 2017,  il 61% delle armi vendute a Riad (la Gran Bretagna il 23% e la Francia il 4%).

Mousavian, i nostri rivali regionali hanno missili a più lunga gittata

Altri dati emergono da un intervento su Al Monitor dall’esperto della Princeton University Seyed HosseinMousavian, ex diplomatico irianiano. Che non solo ricorda come il programma missilistico di Teheran nasca dalla esperienza dell’aggressione subita dall’Iraq nel 1980 e dagli attacchi anche missilistici durante i successivi otto anni di quel sanguinoso conflitto, “finanziato dall’Arabia Saudita e dal Kuwait e sostenuto dalle maggiori potenze mondiali, fra cui la Francia, l’Urss e gli Usa”. Nella politica missilistica iraniana, prosegue Mousavian, gioca un ruolo critico l’”attuale squilibrio delle forze convenzionali nella regione”. “Mentre l’Iran – prosegue – è stato sottoposto per decenni ad un embargo sulle armi, i suoi rivali regionali, specialmente l’Arabia Saudita, hanno di fatto carta bianca” nell’acquisto dei sistemi più avanzati. E mentre Riad ha speso per la difesa 69.4 miliardi di dollari nel 2017 e Israele 19,6, la spesa in armi dell’Iran è stata di 14,5 miliardi. Quanto al suo arsenale missilistico, prosegue l’analista, Teheran “ha volontariamente limitato il raggio dei suoi missili a 2000 km”, mentre quelli forniti dalla Cina a Riad (DF-3 e DF-21) – sostiene – avrebbero un raggio di 2.800 km, se non addirittura di 4.000.  Senza contare, conclude, che l’Iran è circondato da forze militari statunitensi e da stati con l’arma atomica come il Pakistan e Israele. E che quest’ultimo “ha  un inventario di 200 testate nucleari, che possono essere trasportate da missili balistici come Jericho II e Jericho III capaci di un raggio dai 3.500 ai 6.500 km.”

Quanto ai missili in mano ai ribelli delle Yemen e talvolta sparati in territorio saudita,  “Non abbiamo fornito armi agli Houthi – ha dichiarato Zarif nel recente forum di Doha – hanno abbastanza armi, non ne hanno bisogno dall’Iran”. E se ci sono “sospetti in merito ad armi iraniane nello Yemen – ha aggiunto – ci sono fattiin merito alle bombe Usa e ai sauditi che bombardano gli yemeniti”. Infine, sulle  accuse all’Iran di voler destabilizzare la regione, purtroppo – ha sottolineato Zarif – l’Arabia saudita “ritiene che sia nel suo interesse aumentare la tensione”.

Ma che questo sia nell’interesse anche dell’amministrazione Usa lo ritengono vari analisti statunitensi. George Lopez su The Hill, per esempio, definiva l’intervento di Pompeo all’Onu – che aveva preoccupato i diplomatici europei  proprio perché evocava una possibile escalation militare – come uno “showdown” e “un assalto verbale” contro l’Iran, paragonandolo, “sia nello stile che nella sostanza”, a quello del segretario di stato Colin Powell nella stessa sede nel febbraio 2003. “Sei settimane dopo – ricorda – gli Stati Uniti invadevano l’Iraq senza la l’approvazione del Consiglio di sicurezza”. Per ragioni, quelle delle presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam, che lo stesso Powell nel 2016 riconobbe come sbagliate.

Per il figlio dell’ex Scià un’uscita pubblica di alto profilo a Washington

Ma vi è anche un altro elemento che fa pensare al periodo in cui gli Usa cercavano una guerra a tutti i costi con l’Iraq di Saddam Hussein. A rilevarlo è ancora una volta un’analista statunitense, Barbara Slavin, su The Atlantic Council. “Un’apparizione del figlio del deposto Scià dell’Iran ad un prestigioso think tank americano il 14 dicembre – scrive – ha fatto pensare in qualche modo ai discorsi dello scomparso leader dell’opposizione iracheno Ahmed Chalabi nella corsa verso l’invasione Usa dell’Iraq del 2003. Reza Pahlavi, come Chalabi, ha insistito sul fatto che l’attuale  governo del suo Paese è sull’orlo del collasso per le sue distruttive politiche interne e estere”.. Il figlio dell’ex Scià, che non vuole tuttavia un intervento militare in Iran ma una transizione pacifica per la quale si metterebbe a disposizione in un “ruolo guida, ha assunto una maggiore visibilità da quando, all’inizio di quest’anno, si è verificata una vasta ondata di proteste in tutto il Paese nate da rivendicazioni di carattere economico e sociale. Proteste che, pur perdurando tuttora e in varie forme nel Paese, non hanno mai avuto una leadership politica unitaria in grado di rappresentare una vera sfida e un alternativa per la Repubblica islamica

Quelle proteste sono state cavalcate anche dal National Concil of Resistance of Iran di Maryam Rajavi – gli eredi dell’Mko o Mojaheddin del popolo, per nulla amati in Iran per la loro complicità con Saddam Hussein nella guerra degli anni Ottanta, ma molto influenti negli Usa e in Europa: la loro leader Rajavi proprio in questi giorni continua la sua campagna per il “regime change”, la democrazia e la libertà, salutando da convention pubbliche e dai social network  i suoi “compatrioti di varie province” che “hanno tenute accese le fiamme della protesta”.

Parole che suonano come un auspicio a che quelle proteste riprendano vita nel 2019:  ad un anno dal loro inizio e proprio nel quarantennale della Rivoluzione Islamica.

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