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Fondo per il pluralismo, finale di partita?

 

Fondo per il pluralismo, finale di partita? Così sembrerebbe. Nel complesso degli emendamenti presentati dal governo e dalla maggioranza al testo della proposta di legge di bilancio si è appalesato quello sul fondo ex editoria. Il capogruppo di 5Stelle Patuanelli e diversi suoi colleghi hanno depositato un testo terribile. Non mette mano alle risorse da erogare, peraltro ormai ridotte a meno di 60 milioni di euro, bensì alla platea degli avanti diritto. Cancellato il contributo a Radio radicale, unica emittente toccata e certamente non a caso, a subire le conseguenze dell’articolato sono le testate più deboli sul mercato. Il meccanismo previsto, infatti, è darwiniano: nel 2019 -20%, nel 2020 -50%, nel 2021 -75%, fine nel 2022. A subire le conseguenze subito sono almeno 24 giornali, tra cui spicca purtroppo il manifesto in compagnia dell’Avvenire e di numerosi fogli locali. Per chi regge con fatica improba un’impresa il solo annuncio equivale ad una condanna a morte, essendo i crediti bancari elargiti con criteri sempre più rigidi. E i giornali per gli italiani all’estero, a fronte delle roboanti dichiarazioni sulla “nazione”, si devono accontentare di un solo milione, avviandosi verso l’eutanasia. Sulla via del tramonto, in generale, almeno 80 testate.

Pessima vicenda, aggravata ulteriormente dal punto 5 dell’articolo: sostegno della comunicazione partecipata, dell’innovazione digitale e sociale. Che significa? I blog? Con quale progetto e su che linee strategiche? Tra l’altro, il tutto sembra diventare appannaggio dell’arbitrio del settosegretario con delega. Ritorna l’era delle elargizioni, dopo anni di faticosa battaglia per bonificare il vecchio fondo pensato a suo tempo in modo assistenziale. Quella logica, bonificata da un lungo lavoro delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di settore, torna di attualità. E’ come applicare la peggior tradizione analogica alla creatività digitale.

L’attacco al fondo non era dettato, dunque, da una pur discutibile volontà di risparmio. Il senso della manovra è ora chiaro: debellare le voci critiche e indipendenti della carta stampata e provare a ridimensionare Radio radicale, che offre un’informazione completa e veritiera (e insostituibile) sull’attività istituzionale. I “giornalini”, e non per merito gialloverde, da tanti anni non godono di contributi, e così ecco la vendetta perpetrata verso la parte povera del sistema. Rea di essere magari una spina nel fianco per le posizioni sui migranti o sulle questioni del lavoro o del precariato. Del resto, le recenti dichiarazioni dei due vice-premier Salvini e Di Maio (nonché del Presidente della Camera Fico) non lasciavano aperto alcun spiraglio.

Eppure per ben sette volte è intervenuto sulla libertà di informazione il capo dello stato Sergio Mattarella, che non ha mai fatto mancare una voce netta ed autorevole. Così ha avuto parole nette la seconda carica della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Chissà che nelle prossime ore lo spirito santo laico illumini le menti di un ceto politico cocciutamente oscillante tra i richiami autoritari e una sottomarca del peronismo. Ma non è ancora arrivata la scena madre della tragedia, con il verde dei pulsanti. Non ci arrendiamo.

Un’ipotesi minima: si rinvii il dispositivo di una anno, per permettere un confronto tra i soggetti interessati, cui non è lecito negare la facoltà di esprimersi sulla propria sorte. Una moratoria, per immaginare una vera riforma dell’editoria, evocata nel primo comma dell’emendamento e poi contraddetta dalla successiva faticosa prosa.

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