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Con Fnsi, UsigRai e Controcorrente per difendere l’Articolo 21 da tagli, bavagli, precariato, sfruttamento e minacce

 
Sono tante le porte attraverso cui passano la libertà di stampa e il diritto di ciascuno di noi di essere informati compiutamente e correttamente. Innanzitutto c’è il contesto giuridico, che in Italia è presidiato dall’Articolo 21 della Costituzione; poi c’è il pluralismo, sul quale pesa il conflitto d’interessi diffuso che non riguarda solo Berlusconi ma trapela dall’intreccio di proprietà tra gruppi affaristici e imprese editoriali, ma che può anche vantare presidì forti, nella carta stampata, in radio e tv e nella stessa rete e in tante croniste e cronisti con la schiena dritta; c’è, appunto, la deontologia dei giornalisti, che dalla loro hanno codici e carte di altissimo livello, purtroppo sempre più difficili da far accettare e rispettare in redazione e fuori; infine ci sono le garanzie economiche, a editori indipendenti e, soprattutto, agli stessi giornalisti, sempre meno garantiti e sempre più sfruttati, maltrattati, minacciati.
Questi varchi per la libera circolazione dell’informazione sono oggi sempre più stretti e a rischio di chiusura, per i continui attacchi al ruolo stesso del giornalismo, al suo essere corpo d’intermediazione tra il/i “leader” e la folla, per la delegittimazione sistematica che muove dalla politica, in particolare dalle forze oggi al governo e a quanto si muove intorno, in special modo sulla rete. Spesso in una forse inconsapevole sintonia con minacce, insulti e agguati che arrivano dagli ambienti criminali.
Ma la leva decisiva per tappare la bocca ai media è certamente la questione delle risorse: il fondo per l’editoria, già ridotto all’osso, e che da anni contribuisce solo a mantenere in vita le voci indipendenti, quelle che non rispondono a grandi gruppi, che hanno alle spalle realtà dell’associazionismo, della chiesa di base, delle cooperative create dagli stessi lavoratori delle testate, di nuovo è messo in discussione e, soprattutto, usato come arma di pressione. E d’altro lato si citano i precari per sbandierarli contro le stesse organizzazioni sindacali, ma l’esecutivo e il parlamento si guardano bene dall’approvare finalmente quelle poche semplici norme che garantirebbero ai tanti freelance e collaboratori di testate grandi e piccole di ricevere quell’equo compenso che darebbe dignità concreta al loro prezioso lavoro al servizio del pubblico, e far rispettare il contratto nazionale di lavoro.
Per tutti questi motivi, saremo in piazza, lunedì 10 dicembre sotto il ministero del Lavoro, al fianco della Federazione nazionale della Stampa, di Usigrai e Controcorrente, confortati come siamo dalla consapevolezza che il Presidente Mattarella considera la difesa della libertà di stampa e di espressione il primo baluardo per l’affermazione dei valori alla base della nostra Carta fondamentale. E ricordiamo al vicepremier Di Maio che invoca la cancellazione dell’Ordine dei giornalisti (insieme all’intera categoria?), al comico Beppe Grillo che ancora oggi liquida come cazzate le domande dei giornalisti (sarà perché non è abituato a rispondere), al ministro dell’interno Salvini che alle interviste scomode preferisce i tweet sparati dai suoi profili social, che accanto alla nostra Costituzione c’è una Carta ancora superiore, che proprio il 10 dicembre compirà settant’anni: la Dichiarazione universale dei diritti umani, che all’articolo 19 recita “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione,  incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, riceve e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere“. Ma forse termini come “universale” e “senza riguardo a frontiere” risultano indigesti per l’attuale onda sovranista. Ma non ha scelta, dovrà farsene una ragione.

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