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Gomorra in ospedale

 

Di Conchita Sannino

Ripercorrere per sapere. Vietato dimenticare che ci sono terre in cui le mafie vengono a prendersi anche il diritto di decidere cosa e quanto si deve spendere in corsia, cosa acquistare per i lavori, le sale operatorie e gli impianti nei reparti o negli uffici.
C’è stata un’azienda ospedaliera trasformata in quartier generale di Gomorra. Con alcune stanze letteralmente occupate –  quelle dell’Unità operativa complessa di Ingegneria ospedaliera  – dagli emissari del clan Zagaria, il superboss Michele che oggi è saldamente rinchiuso al 41 bis, per indirizzare truccare modificare le gare d’appalto. Storie di criminali che non si sporcano le mani. Che usano i guanti: anche quelli dei manager. Viste dal lato dei “buoni” o presunti tali, però, sono storie di società civile che non sa opporre resistenza, di una clamorosa alleanza con le zone grigie dei ceti professionali e dirigenziali. Caserta, Campania, Europa, ieri.
E’ il 20 gennaio 2015 quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella decreta il primo scioglimento di un ospedale per infiltrazioni mafiose. E’ il “Sant’Anna e San Sebastiano”. Non è mai successo che gli interessi e la fame di affari dei clan siano entrati letteralmentre nelle stanze del presidio. Che il cartello mafioso dei Casalesi abbia posto i propri uomini nei posti chiave. Ma l’inchiesta durata due anni e mezzo firmata dalla Distrettuale di Napoli – con il procuratore anticamorra Giuseppe Borrelli a coordinare il lavoro dei pm Antonello Ardituro e Anna Maria Lucchetta – porta agli arresti ventiquattro persone. E soprattutto ricostruisce tutto l’iter delle politiche colluse sul territorio: fino a scoprire che gli uomini del clan Zagaria prima stringe alleanze storicamente con l’Udeur di Fantini, poi si rivolge direttamente alla stella nascente del Pdl e in particolare di Nicola Cosentino (ormai fuori dai giochi, coinvolto in quattro processi). Associazione di stampo mafioso, corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio con l’aggravante del metodo mafioso.
Insomma: un ospedale con, dentro, una “cellula” dell’impero Zagaria che era operativo su vari fronti attraverso una serie di collusioni. Ruolo di primo piano spetta ad Elvira Zagaria, la sorella della  ex primula rossa, la donna che dopo la perdita del marito tuttofare aveva assunto il ruolo di “insostituibile” (finta) dirigente. In sintesi, il cuore della struttura parallela era nell’ufficio di Bartolomeo Festa, un manager accusato di aver truccato i bandi di gara : tutto per favorire costruttori e fornitori amici. I quali, ovviamente, una volta incassato il malloppo, doveva versare nelle casse della camorra la loro parte. Dodici anni di reclusione chiesti dalla pm Lucchetta, tre anni dopo, per Festa e Remo D’Amico, dìritenuto il gancio “tra Zagaria e vertici dell’ospedale”.
Processo – molto relativamente – breve, con il magistrato che chiede 120 anni di carcere. Intanto fioccano le prescrizioni, 4 anni col rito abbreviato inflitti anche all’ex sindaco di Caserta, Gasparin, che solo poco prima aveva tentato il suicidio. Condanne di primo grado, certo. Da sottoporre agli altri livelli del  giudizio. Intanto qualcosa è cambiato. Ospedali, corsie, stanze del Palazzo, uffici della prevenzione: gradualmente è stata estirpata una camorra che non badava a limiti né spese. Ma quelli che consentivano loro l’appropiazione di stanze e uffici? Ricordare per sapere come un’ospedale sia potuto diventare, amministrativamente, presidio mafioso.

Da mafie

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