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Caso Cucchi. Lettera aperta al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri

 

Signor Generale

Mi rivolgo a Lei, perché da Lei dipende se nutrirò ancora fiducia nella Stato, se continuerò a sostenere con i miei figli che lo Stato va rispettato, sostenuto e difeso, se dirò ai miei nipoti che lo Stato ci è amico. Dipende da Lei, perché è il massimo responsabile di uno  dei Corpi ai quali è affidato il  delicatissimo ed importante compito di impiegare  la forza  in nome e per conto dello Stato,essendo che in una società bene ordinata è solo  lo Stato  a poterla  legittimamente usare, quando indispensabile e secondo precise norme di legge

Ebbene, di recente  è  stato  testimoniato  – ma    ancor prima   era  desumibile da una serie di circostanze  – che  nel caso del cittadino Cucchi  la forza è stata esercitata in modo delittuoso. Certo spetta  alla  Magistratura il compito di accertarlo definitivamente, di individuare i colpevoli e giudicarli.  Sino ad allora vale la presunzione di innocenza. Tuttavia  si può dare per certo sin d’ora  che se  la Magistratura confermerà l’ipotesi accusatoria   e assoderà le diverse responsabilità, la vicenda non potrà né dovrà essere archiviata rifacendosi alla solita metafora delle mele marce.

Ci sono voluti ben  nove anni  e sforzi inauditi di una giovane donna perché qualche barlume trapelasse su quanto accaduto. In qualsiasi  organizzazione, anche quindi nell’Arma, se viene meno la capacità di produrre anticorpi per individuare ed isolare le “mele marce”   ed anziché  denunciarle ed espellerle se ne occulta l’operato e si ricorre ad artifici per sviare i sospetti da esse, vuol dire che il marcio non è circoscritto alle poche “mele” ma  è anche altrove. In una  cultura, ad esempio, in una mentalità secondo cui  l’onore  della organizzazione  si difende non denunciando il “marcio”, ma nascondendolo e la doverosa solidarietà tra appartenenti alla stessa organizzazione si trasforma in omertà. Se ciò, come è verosimile, è accaduto va accertato subito, indipendentemente dal fatto che in tali comportamenti si possano ravvisare ipotesi di reato (di ovvia ed esclusiva competenza della Magistratura).In caso di conferma si richiederebbe  un Suo immediato intervento per rimuovere dagli incarichi e, se del caso,   espellere  dall’Arma coloro che per un malinteso senso dell’onore e della solidarietà hanno occultato quanto era avvenuto.

Ma la vicenda esige anche    un’altra considerazione.  I compiti che   vengono  affidati agli appartenenti all’Arma, come a chi è inquadrato   negli altri Corpi cui è delegato dallo Stato  l’esercizio della forza,   richiedono una forte consapevolezza di sé ed una capacità di autocontrollo notevole, cioè una struttura psicologica robusta ed equilibrata.  All’atto della  selezione per il  reclutamento degli operatori, viene accertato e come il possesso di una struttura psicologica adeguata? E dal momento che, anche se ben controllato, l’impiego della forza  può modificare sensibilità ed alterare la capacità percettiva, la solidità e l’equilibrio della struttura psicologica  degli operatori vengono periodicamente monitorate o essi  vengono lasciati soli a fronteggiare il logoramento delle loro riserve psichiche?

Infine  la  formazione professionale  che viene loro fornita  riesce a fare introiettare ad ognuno la consapevolezza di essere al servizio di ogni singolo cittadino, che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e  sociali” e che quindi anche il più incallito delinquente è portatore di diritti inalienabili che non possono essere in nessun caso violati,  e che la pena ha, deve avere,  una finalità rieducativa?

Ecco, signor Generale,   io, come cittadino della Repubblica Italiana, Le chiedo,   per restituirmi fiducia nelle Istituzioni di questo Stato,  che Lei intervenga subito  nei campi  che ho prima indicato e che sono di sua  esclusiva competenza,   lasciando che la Magistratura svolga il suo compito con i suoi tempi,  determinati dalle condizioni  e dalle circostanze in cui opera,  Non credo, per altro,  di esser il solo a chiederglielo.

Il motivo dell’urgenza non è solo quello   che ho  compiuto  88 anni e   vorrei poter lasciar detto a figli e nipoti che dello Stato ci si può fidare.  Sta  soprattutto nell’assoluta necessità di potersi fidare delle Istituzioni.

La ringrazio.

Nino (all’anagrafe Giovanni) Lisi

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