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L’Ordine dei Giornalisti nel futuro

 

L’Ordine dei Giornalisti ha bisogno di una profonda riforma della quale si sta discutendo e per la quale è stata già calendarizzata una data ad ottobre entro cui dovrà venire alla luce la proposta definitiva della categoria da sottoporre al Legislatore. C’è sicuramente un ritardo non dovuto però a chi, dopo le elezioni dell’ente a fine 2017, sta dando impulso a questa stagione non rinviabile, avendo sul punto proposto una piattaforma poi promossa dal voto dei colleghi. La legge che regola la professione è datata oltre mezzo secolo (febbraio 1963 per la precisione), prevedere allora, con le vecchie tipografie e i grandi giornali, un’unica azienda radiotelevisiva con monopolio pubblico e agenzia e Ansa quasi sinonimi, lo scenario attuale, sarebbe stato come pensare nel Medioevo ad un’astronave. In quelle condizioni era pensabile che il “mestiere” si apprendesse a bottega, dove c’erano peraltro grandi maestri. C’era fin d’allora un pesante limite. Una barriera che lasciava nelle sole mani degli editori, attraverso l’assunzione come praticante, l’accesso alla professione.Un ostacolo in parte superato dall’ introduzione voluta dall’Ordine delle scuole di giornalismo. Paletti che oggi vanno del tutto rimossi essendo divenuti totalmente anacronistici. D’altronde è da molti anni che i confini tra ciò che è informazione e quel che è intrattenimento appaiono indefinibili. Ed è altresì impossibile impedire a un qualunque soggetto di diffondere una notizia attraverso web, magari su un sito registrato in chissà quale Paese. Riformare significa cambiare adeguandosi alle esigenze, cancellare vuol dire invece distruggere senza sapere come poi costruire un insieme di garanzie per i cittadini.
Il dibattito sull’abolizione non ha alcun senso. Non perché un altro sistema senza l’Ordine non possa essere elaborato, ma va intanto pensato e proposto, perché quel che interessa è trovare forme di tutela non solo o non tanto per i giornalisti, quanto per la comunità e la democrazia, proprio in questi tempi assediata da fake news e algoritmi di occulta propaganda. Proviamo a pensare a cosa sarebbe la professione impiegatizzata e senza regole deontologiche. Il giornalista oggi tenuto al rispetto della verità e a doverose cautele verso le persone oggetto di notizie avrebbe solo l’obbligo di fedeltà. Libereremmo la barbarie che già oggi si fa fatica a tenere a freno. È singolare peraltro che tra carcere ai giornalisti, querele temerarie, colleghi sotto scorta, precarietà diffusa sia l’abolizione il tema messo in evidenza. In verità e per paradosso la cosa ha il merito di porre una questione nell’agenda, ma noi immaginiamo un dibattito serio e complessivo, non “ammuina”, che rischia di produrre un nulla di fatto perché la riforma non è comunque rinviabile, senza riforma le critiche all’Ordine rischiano di trovare un fondamento non giusto, ma comprensibile. Le idee di base soprattutto sull’accesso già ci sono, come quelle sulla libertà che non sono negoziabili. I giornalisti sanno bene di aver perso la prerogativa esclusiva di poter parlare attraverso i propri media da uno a tanti. Oggi col web e i social è possibile per tutti. Ma la questione culturale della grande trasformazione del rapporto con l’opinione pubblica non può essere semplificata. Quel che si pubblica non chiama mai in causa la magistratura se non costituisce reato, come quando viene leso il buon nome di una persona con false attribuzioni o si allarma ingiustificatamente il mercato. Ma se dolosamente si propongono fatti non rispondenti a verità per supportare un qualche interesse, occorre che in qualche modo il fruitore dell’informazione sia salvaguardato. Non si può creare un tribunale delle notizie, ma ci sono luoghi dove regole precise e soggetti qualificati (l’Ordine cura la formazione all’accesso e quella continua) forniscono garanzie con l’ente pubblico associativo che vigila. Su quei giornali, radio, tv o siti si può riscontrare l’effettiva sussistenza di un fatto definito notizia. I giornalisti professionali fanno in qualche modo come i medici: debellano il virus delle bufale propalate ad arte, ripudiando il linguaggio di odio e avendo cura dei soggetti al centro delle vicende, che non sono solo di cronaca, ma pur sempre anche umane. Nel contesto di cambiamento l’Ordine dei Giornalisti potrebbe non esistere più con questa denominazione. Ci piacerebbe chiamarlo Ordine del Giornalismo per porre in evidenza il diritto del cittadino a essere correttamente informato come prevede nel suo rovescio passivo l’articolo 21 della Costituzione. Appartenervi, accettando una formazione accademica per entrarvi, regole deontologiche e una continuità obbligatoria di apprendimento già prevista dalla legge, vuol dire essere legittimati con una sorta di marchio doc, un bollino blù. Un’appartenenza poi da valorizzare attraverso una legislazione di sostegno. Tutto il resto potrebbe essere liberamente organizzato senza sottrarre a quello che un tempo con un’antonomasia si definiva lettore e che oggi è l’utente multimediale una garanzia che solo il giornalismo professionale può dare.

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