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Pippo Fava e la Rai servizio pubblico

 
Le rare volte che la RAI si ricorda di essere il servizio pubblico capita di assistere a capolavori come lo sceneggiato diretto da Daniele Vicari, dedicato alla memoria di Pippo Fava e andato in onda ieri sera, in occasione della Giornata della legalità.
23 maggio, il giorno in cui ventisei anni fa venne assassinato Giovanni Falcone, cinquantasette giorni prima che il tritolo mafioso facesse saltare in aria Borsellino in via D’Amelio.
Ma chi era Pippo Fava e perché è così importante ricordarlo a distanza di tanti anni? Eviterei di definirlo un eroe, dato che se c’era uno che affrontava questa professione col sorriso sulle labbra, pur essendo ben cosciente dei rischi cui andava incontro, questi era proprio lui. Fava era un giornalista ma, soprattutto, un maestro di vita: un uomo che camminava a testa alta, insegnando ai suoi “carusi” a fare altrettanto, a porre domande scomode, a non omettere mai la seconda domanda e a frequentare tutti i tipi di linguaggio, proprio come faceva lui, dedicandosi ad esempio al teatro.
Il film, tratto dal libro del figlio Claudio, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Michele Gambino, altro testimone diretto di quella stagione e di quella magnifica redazione, non è l’agiografia di un cronista perbene ma un dettagliato racconto del potere, inteso nel suo senso e nelle sue forme più deteriori. Il potere mafioso e le sue collusioni, gli appalti assegnati in maniera truffaldina, i fiumi di denaro pubblico concessi agli amici degli amici, le oligarchie criminali che prosperano tuttora sulle spalle della povera gente e degli imprenditori e dei commercianti onesti, le coscienze assopite che faticano a risvegliarsi, l’omertà e la paura, i moti di ribellione e i tentativi strazianti e ferocissimi di reprimerli. E poi la violenza surrettizia, le minacce sussurrate ma ancora più potenti delle bombe e dei proiettili, l’isolamento di chi osa opporsi, le calunnie e gli atti di diffamazione sistematica cui viene sottoposto, l’assenza dello Stato e lo strapotere dei padrini che possiedono veri e propri feudi.
“Prima che la notte” è un bellissimo film soprattutto perché racconta non tanto la storia di Fava quanto il dramma di una certa Sicilia, e lo fa proprio come lo avrebbe fatto lui su “I Siciliani”, senza sconti né retorica, analizzando la storia di ieri ma rivolgendosi in particolare all’oggi e al domani.
Senza contare che il gioiello di Vicari ricorda a noi giornalisti quale sia il nostro ruolo nella società, cosa voglia dire avere il privilegio di svolgere questo mestiere e quale potere abbia fra le mani la nostra categoria, la quale spesso purtroppo ne abusa o lo usa malissimo, preferendo trasformarsi in megafono dei governanti di turno anziché in narratrice dei fatti che succedono e tradendo così il diritto dei cittadini ad essere informati correttamente.
Pippo Fava, una storia sempre attuale, una vicenda umana e professionale di grandissimo impatto emotivo, una stella polare che la mafia ha tentato di spegnere senza, per fortuna, riuscirci. Perché Fava rivive nell’opera di suo figlio, instancabile intellettuale politico che continua a lottare e a portare avanti le battaglie di suo padre in nome della legalità e del riscatto della sventurata terra di Sicilia. Ma, più che mai, rivive in ogni cronista di provincia che rischia la vita per pochi euro ad articolo, rivive nello sguardo attento e intelligente di Paolo Borrometi, rivive nella sua forza d’animo e nel suo desiderio di continuare a scavare e a denunciare le malefatte di una piovra che non accenna, ahinoi, a dare segnali di cedimento. Fava rivive in quei colleghi che nessuno conosce, di cui nessuno parla, che vivono isolati e maltrattati quasi da tutti in terra di frontiera. Rivive in questo loro affrontare il proprio impegno con spirito missionario. Rivive negli occhi dei ragazzi che si sono imbarcati sulla Nave della legalità ma anche di chi, senza aver compiuto alcun gesto eclatante, si è comportato in maniera corretta e, per questo, non ha chiesto alcun premio, essendogli sembrato normale e giusto comportarsi così.
Pippo Fava è una grande coscienza critica del nostro Paese che la malvagità della mafia ci ha strappato via ma che è rimasta come monito e come esempio, al pari dei suoi scritti e della sua forza d’animo fuori dal comune.

E rivive, lasciatemelo dire senza piaggeria, anche nelle decisioni assunte da chi ritiene che la RAI debba offrire ancora ai cittadini opere di questo livello, per aiutarli a pensare, a crescere e a sviluppare gli anticorpi necessari per difendersi in una società in cerca di esempi positivi e nella quale il brodo di coltura in cui prospera il cancro mafioso è lì, intatto, al netto dell’azione più che meritoria di qualche magistrato e di chi, al pari di Fava, anche in Sicilia intende il mestiere di giornalista nella sua accezione più nobile.
Pippo Fava è un metodo, una visione del mondo, diremmo quasi un’ideologia. È un punto di riferimento e un amico leale per tutti quei ventenni che, facendo ad esempio i giornalisti in una regione martoriata dal tumore della criminalità organizzata, si considerano ancora oggi suoi allievi. E lo sono, come lo è chiunque metta in discussione il paradigma attualmente dominante, chiunque non si rassegni allo stato delle cose, chiunque produca in prima serata una meraviglia destinata a rimanere nelle teche RAI come un fiore all’occhiello del servizio pubblico.
Non a caso, gradiremmo che il nascente esecutivo giallo-verde desse risposte immediate circa le sue idee per quanto riguarda la RAI. Riteniamo, infatti, che non possa essere disperso o regalato alla concorrenza un patrimonio di passione e impegno civico di cui nessun altra azienda dispone.
“Prima che la notte”, contro ogni ipocrisia e ogni lacrima di coccodrillo versata indegnamente da chi non ha mai avuto remore nel governare con chi ha ridotto l’Italia nelle condizioni che tutti vediamo.
Non un santino di Fava, dunque, ma il racconto di una battaglia collettiva che prosegue tuttora e nella quale non si può e non si deve mai abbassare la guardia.
Pippo Fava, trentaquattro anni dopo e la sensazione che poco o nulla, neanche gli aspetti più tragici, sia cambiato a quelle latitudini. Ciò che è cambiato, tuttavia, è che oggi sembra esserci un’opinione pubblica meno passiva, piu consapevole e piu disposta a ribellarsi e a parlare espressamente di mafia, senza le reticenze e gli intollerabili ossequi di allora. Non solo non è poco ma direi che si tratta di un’eredità straordinaria, da valorizzare e mettere a frutto.
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