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L’omicidio di don Cesare e i veleni di Borgo Montello

 

di Pino Ciociola

Lo trovano incaprettato, ossa rotte, lividi. Nastro adesivo intorno alla gola. La dentiera – accertò poi l’autopsia – l’ha strozzato. Non si troveranno più le sue agende, ma nella tasca della tonaca, appesa alla porta, c’è ancora il portafoglio con 700 mila delle vecchie lire dentro e in una scatola dell’armadio sono rimasti 7 milioni. E’ il 30 marzo del 1995.
Le indagini, superficiali, sbrigative, dureranno quattro mesi, l’omicidio sarà poi liquidato come conseguenza di una rapina. Qualcuno parla addirittura di pedofilia, ma l’accusa è messa in giro ad arte e la sua gente capisce che allora l’assassinio può avere un solo movente.
Aveva ottantuno anni don Cesare Boschin. Era anche malato terminale di cancro ai polmoni. «So tutto quanto accade. Andrò a Roma e risolverò il problema», aveva detto poco tempo prima ai suoi parrocchiani di Borgo Montello, a due passi da Latina e anche meno dalla casa di Santa Maria Goretti.
La sera del 29 marzo alcuni parrocchiani restano con lui fin quasi a mezzanotte, poi vanno via. Il prete non vorrebbe dormire solo, ha paura, chiede a un confratello di rimanere, nelle ultime settimane gli sono arrivate strane telefonate, sono anche andati a trovarlo due signori che lui nemmeno aveva invitato a sedersi e non era sua abitudine, affatto.
Lui sa «quanto accade», sì. Sa, per esempio, che la camorra controlla quel territorio, che i Casalesi lo gestiscono da un pezzo, il pentito Carmine Schiavone dirà che il Basso Pontino era roba loro.
Negli Anni Ottanta il “governatore” di Latina è Antonio Salzillo (ammazzato il 6 marzo 2009), nipote di Antonio Bardellino, fondatore del clan. E proprio Salzillo fa seppellire nella discarica di Borgo Montello, «bidoni di rifiuti tossici, per ognuno dei quali prendeva cinquecentomila lire», chiarisce Schiavone.
Ma chiunque a Borgo Montello sa che nella discarica viene “sversato” di tutto. Nel 1995 l’Enea vi scopre, sotto terra, tre grandi ammassi metallici, due hanno dimensioni di 10 metri per 20, l’altro addirittura 50 per 50, sono tra 8 e 10 metri di profondità. L’ipotesi su cosa possano essere mette i brividi.
Tornò ad avanzarla l’allora questore di Latina, Nicolò D’Angelo: «Da poliziotto, dico che quel che c’è sotto la discarica di Borgo Montello andrebbe monitorato approfonditamente…», spiega ai membri della Commissione parlamentare sulle ecomafie.
A metà Anni Novanta un operaio licenziato dalla discarica raccontò di aver preso parte all’interramento, notturno, di molti fusti con sostanze tossiche, che sarebbero stati parte dei diecimilacinquecento stipati nella nave Zanoobia con le scorie tossiche di almeno 140 aziende chimiche europee. Nave che, dopo essere stata rifiutata dai porti di mezza Europa, nel 1988 attraccò alla fine a Ravenna. I suoi fusti furono poi provvisoriamente spostati in un deposito dell’Emilia Romagna, ma in seguito non si seppe mai come e dove furono smaltiti. «In discarica arrivavano camion proprio da quel posto dell’Emilia Romagna…», spiega Claudio Gatto, braccio destro di don Cesare Boschin per molti anni.
Don Cesare sa tutto questo. E sa anche altro. Sa che arrivano rifiuti tossici nella discarica di Borgo Montello, sa della camorra, sa che probabilmente ci sono anche forti coperture politiche. Oltre tutto il prete non ha mai fatto mistero di voler combattere quel traffico di rifiuti tossici, come neppure è mistero che il comitato dei cittadini contro la discarica abbia sede proprio nella parrocchia. A proposito, dopo l’assassinio di don Cesare si scioglie anche il comitato…

Da mafie

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