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La repressione in Egitto. E quel faro potente accesso da Giulio Regeni

 

Al Cairo Piazza Tahrir e’ ordinata.  Al centro gia’ da qualche anno sventola un’enorme bandiera, i semafori incredibilmente funzionano e a controllare ulteriormente il traffico impazzito, nelle ore di punta, ci sono anche i  vigili urbani. Se la si guarda oggi e si ripensa a com’era sette anni fa, in questi stessi giorni, quando era invasa da decine di migliaia di persone che chiedevano la caduta dell’allora presidente Mubarak, sembra di parlare di due luoghi lontani anni luce. Perche’ quei giorni SONO lontani anni luce… Ricordo che dopo la fine della rivolta al Cairo sono arrivati  tanti giovani ricercatori. Il mondo arabo era in pieno subbuglio e l’Egitto era uno dei posti migliori dove studiare, analizzare e raccontare quanto stava accadendo.

Ne ho incontrati molti  durante i miei viaggi come inviata per la Rai. Parlare con loro era sempre illuminante per l’entusiasmo e la preparazione che li caratterizzavano Alcuni erano amici di Giulio Regeni e condividevano la stessa passione.

Dopo la morte di Giulio in tanti hanno deciso di lasciare l’Egitto. E’ difficile pensare di poter continuare a lavorare serenamente dopo una tragedia simile… Il giorno del secondo anniversario della scomparsa di Giulio e’ stato un giorno difficile, come ogni 25 gennaio ormai, anniversario dell’inizio della rivolta anti-Mubarak. Il Cairo era una citta’ presidiatissima. Gli uomini del Mukhabarat, i servizi segreti interni, erano a ogni angolo. Solo all’uscita della fermata della metro dove Giulio doveva arrivare ce n’erano quattro. Impossibile non riconoscerli… Poco distante, in Piazza Talaat Harb, c’erano mezzi blidati della polizia.

Questi erano i luoghi di Giulio. Qui incontrava i venditori ambulanti. Qui trascorreva le ore a parlare con loro per la sua ricerca sui sindacati indipendenti. Nonostante la situazione fosse profondamente cambiata dalla salita al potere di Al Sisi nel 2013 e la repressione tra gli egiziani non mancasse, la ricerca sembrava essere immune da certe violenze.

L’Egitto e’ controllato da un regime militare che da tempo ha una priorita’: fare in modo che una rivolta come quella del 2011 non si ripeta. Il prezzo che pagano gli egiziani e’ altissimo. Vietati gli assembramenti, ogni forma di manifestazione. Gli arresti e le sparizioni aumentano, ma cosa ancora piu’ grave e’ che il 2018 e’ cominciato con una raffica di esecuzioni capitali. 24 in tre settimane. Mohammed Lotfy dell’Egyptian Commission for Rights and Freedoms, l’organizzazione che assiste la famiglia Regeni al Cairo, ricorda che molte delle persone uccise risultavano tra quelle scomparse negli ultimi anni. Sono ricomparse, ma morte…

“Pensavamo che la repressione sarebbe ripresa in maniera massiccia dopo le prossime presidenziali di marzo, invece pare che stiano anticipando i tempi”, ha detto Lotfy.

La lettera del Procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che in Italia guida il team di investigatori e collabora con la Procura del Cairo, ha chiarito perfettamente cosa vuol dire cercare la verita’ in Egitto. Quella che si cerca per Giulio e’ quella che cercano i familiari di tante altre vittime egiziane. In questi due anni, chi di noi e’ tornato al Cairo per cercare di raccontare la storia tragica del giovane ricercatore si e’ sentito dire da molti: Regeni ha acceso un faro potente sulla repressione in corso in Egitto.

Non dobbiamo mai dimenticarci che ci sono centinaia di genitori come Paola e Claudio Regeni che chiedono verita’.

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