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San Giusto d’Oro. Perché senza informazione non c’è democrazia

 

«Saranno capiti?» si chiedeva con la voce tremante per l’emozione il vescovo di Trieste Lorenzo Bellomi celebrando i funerali di Marco Luchetta, Saša Ota e Dario D’Angelo, i giornalisti Rai uccisi da una granata il 28 gennaio 1994 mentre erano a Mostar durante la guerra nella ex Yugoslavia per realizzare un servizio sui bambini senza nome. Sarà compreso il valore e il senso di quel sangue versato né per eroismo né per imprudenza, ma solo per compiere fino in fondo il loro lavoro di giornalisti, ovvero per raccontare all’Occidente distratto che lì si continuava a morire, per contrastare quella rimozione collettiva della guerra, che funzionava allora come funziona oggi, anche se i teatri sono cambiati? Sì, Trieste ha capito e il frutto di quella tragedia, e di quella consumatasi meno di due mesi dopo a Mogadiscio, dove persero la vita Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, tragedie che hanno fatto comprendere a ogni triestino e a ogni triestina che la guerra ci riguarda sempre e comunque, si chiama “Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin per i bambini vittime della guerra” (www.fondazioneluchetta.eu) ed è una realtà che in oltre vent’anni ha accolto oltre 700 bambini e 950 accompagnatori e oggi gestisce tre centri di accoglienza, avvalendosi della collaborazione di 11 dipendenti e di un esercito di volontari. È una realtà nata da un dolore fortissimo, che è stato condiviso: la città ha pianto i giornalisti caduti come se per ognuno fossero parenti stretti e si è stretta attorno alle famiglie con un abbraccio commosso, affettuoso, riconoscente. Lo ricorda bene Daniela Luchetta, moglie di Marco, oggi presidente della Fondazione: «Non potrò mai dimenticare il cordoglio che si respirava ovunque in quei terribili giorni e anche nei mesi successivi. Personalmente mi sono sentita accompagnata da migliaia di persone. Dovunque andassi c’era qualcuno che mi abbracciava, cercava parole per farmi capire che sapeva e condivideva il mio dolore».

È a questa comunità solidale, che ha saputo trasformare due tragedie in un progetto di speranza, che l’Associazione della Stampa del Friuli Venezia Giulia ha voluto assegnare il San Giusto d’Oro, un prestigioso riconoscimento istituito dal gruppo dei cronisti giuliani esattamente 50 anni fa con cui si vuole premiare personaggi e realtà che si sono distinti per aver onorato in Italia e nel mondo il nome di Trieste. Ed è proprio con uno sguardo al mondo che Daniela Schifani Corfini Luchetta ha iniziato il suo intervento dopo aver ricevuto la statuetta opera dello scultore Tristano Alberti dalle mani di Carlo Muscatello, presidente del sindacato dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. Un mondo profondamente sbagliato quello descritto dalla presidente, «dove esistono Paesi in cui ci si può prendere cura dei propri figli ed altri dove un padre deve elemosinare un aiuto per la propria bambina, condannata alla sofferenza anche quando la cura esiste». Come il padre di una ragazzina etiope di soli 11 anni, inchiodata a un letto da una malformazione che le fa patire dei fortissimi dolori alla schiena, che scrive alla Fondazione una mail piena di gratitudine e di gioia dopo che un’operatrice gli ha comunicato la notizia che aspettava da settimane, che cioè erano in grado di farsi carico delle spese necessarie al viaggio e all’intervento di sua figlia. Una notizia che ha riacceso la speranza e la fiducia nella vita, che ha restituito il futuro a questa famiglia e un po’ di umanità al mondo. Per questo — ha spiegato Daniela Luchetta — «in un momento drammatico in cui si stanno moltiplicando i segnali di chiusura e molte persone sembrano scherzare col fuoco, alimentando l’insofferenza e l’intolleranza, premiare una Fondazione come la nostra significa anche dare un chiaro messaggio alla società», significa riconoscere il lavoro di chi ogni giorno si sporca le mani convinto che insieme un domani è possibile, per tutti. Per i triestini, che frequentano la Microarea e il centro di raccolta, ma anche per chi vive nelle zone calde del pianeta: un tempo i Balcani, dove tutto ebbe inizio, oggi l’Iraq e la striscia di Gaza, ma non solo. Luoghi che corrispondono a persone, a volti che interpellano e a volti che rispondono: è una galleria di volti affollatissima quella che racconta la storia della Fondazione e che la presidente passa in rassegna senza dimenticare nessuno. Dai soci fondatori ai volontari, dalle istituzioni agli artisti, dai promotori della manifestazione “San Nicolò si mette in moto”, che ogni anno raccoglie migliaia di euro a favore della Fondazione, ai promotori del Premio Luchetta (www.premioluchetta.it), un riconoscimento internazionale riservato a giornalisti e fotoreporter che raccontano con particolare sensibilità le violenze e le sopraffazioni sui bambini: questo e il Festival del buon giornalismo Link, una tre giorni di dibattiti su temi caldi nel cuore di Trieste, sono stati istituiti per continuare nel lavoro iniziato dai tre inviati della Rai di accendere i riflettori sulle vittime più indifese di quell’atrocità che è la guerra. Un omaggio non solo ai giornalisti a cui la Fondazione è intitolata, ma a tutti quei professionisti che usano il loro mestiere per informare e documentare, ai giornalisti veri.

Giornalisti sempre più sotto attacco e verso i quali cresce l’intolleranza: lo ha ricordato durante la cerimonia di premiazione del San Giusto d’oro Luciano Ceschia, anch’egli insignito di una targa perché, pur avendo salito tutti i gradini della carriera professionale fino a diventare direttore di giornali, non ha mai dimenticato l’altra sua anima, quella sindacale, che lo ha portato fra l’altro a essere per dieci anni segretario generale della Fnsi, il sindacato unitario dei giornalisti italiani. Ceschia ha chiesto a tutti di contribuire a fermare e a respingere quest’intolleranza che colpisce non soltanto i giornalisti, ma in prospettiva tutta la comunità nel suo diritto ad essere informata. Lo stesso diritto, sancito nell’art. 21 della nostra Costituzione, che perseguivano Marco, Saša, Dario e Miran e che dovrebbe essere il fondamento di ogni attività giornalistica. Perché senza informazione non c’è democrazia e senza democrazia spesso c’è la guerra.

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