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Salviamole, queste vite umane, ma solo se stanno per affogare

 
Che siano veri o no questi presunti contatti con i cosiddetti “scafisti”, a  me sembra chiaro che la campagna di accuse contro le Ong si stia rivelando una montatura, con due obbiettivi principali: 1)quello di guadagnare voti per le forze politiche che speculano sulla paura e sull’odio per i migranti, 2) per i borghesi “moderati” quello di ridurre cinicamente insieme al numero dei salvataggi in mare l’impegno finanziario e logistico necessario per l’accoglienza. Ma solo chi chiude gli occhi di fronte alle terribili situazioni che portano i migranti ad ammucchiarsi su quelle zattere di gomma può credere che i presunti contatti con qualche Ong  possano “incoraggiare”  il traffico dei nuovi schiavi. Non ci sono più scafisti sulle imbarcazioni e i trafficanti restano a terra, difficilmente individuabili tra la popolazione locale.
La partenza delle barche è sempre segnalata su Facebook, ha spiegato in tv il poeta scrittore napoletano Erri De Luca, reduce da un  viaggio sulla nave dei Medici senza Frontiere. E quella partenza dall’inferno libico, prima o poi, avverrà comunque, perché i migranti non hanno alternative. Renderla più difficoltosa potrebbe solo accrescere le probabilità di un naufragio. E’ questo che si vuole? Chissà, forse sì. Certo non dall’improvvido procuratore di Catania e neppure da Frontex, che in parte smentendolo ha negato di avere mosso accuse di qualsiasi genere alle organizzazioni non governative, non  solo Medici Senza Frontiere o Save the Children ma le altre. L’assenza di corridoi sicuri creati da queste ultime potrebbe risultare gradita a  chi sulla stampa e in tv specula oggi sui “sospetti” gridando allo scandalo. Quanto al ministro degli esteri Alfano, schierato “al cento per cento” a fianco del procuratore Zuccaro, negli anni scorsi come responsabile del Viminale avrebbe  pur dovuto sapere qualcosa sul fondamento di quelle accuse alle Ong. Insinuazioni del resto così generiche che, anche se confermate con l’aiuto della nuova normativa proposta da Di Maio, potrebbero tutt’al più coinvolgere qualche marinaio, senza minimamente ridurre importanza e utilità oggettive del compito svolto da quelle navi. 
Certo, sarebbe meglio che ai “corridoi sicuri” provvedessero gli Stati, come ha fatto l’Italia con “Mare Nostrum”, ma così non è. Per quei gommoni riempiti all’inverosimile, attrezzati con motori di scarsa potenza,  è già un’impresa arrivare al limite delle 12 miglia di acque territoriali riservate alla sorveglianza della guardia costiera libica. E più le navi delle ONG riescono ad avvicinarsi a quel limite, maggiore è la speranza per i migranti di giungere salvi, se non sani, sul continente europeo (perché l’approdo finisca per essere sempre solo quello italiano, questo sì andrebbe chiarito). Ma secondo Salvini e la Lega, vorrebbe dire non salvarli, ma traghettarli in “taxi” fino a destinazione senza correre rischi. In altre parole, solo se  i gommoni fossero costretti a  proseguire per almeno un centinaio di miglia fino a dove incrociano le marine militari nel mezzo del Mediterraneo, il rischio del naufragio sarebbe più evidente, così da poter dare agli elettori  impauriti dagli sbarchi la certezza che si tratta davvero di “salvare delle vite umane”
“Aiutiamoli sul posto”, è il mantra ripetuto da chi, come i leghisti e non solo, non ama la parola accoglienza.  Magari, ma gli aiuti costano. Così avviene esattamente il contrario. Un terzo degli investimenti destinati lo scorso anno agli aiuti allo sviluppo sono stati dirottati a coprire le spese per l’accoglienza e il salvataggio in mare. Ad aiutarli sul posto, di fatto, sono quasi esclusivamente le grandi Ong, come Medici senzaFrontiere, appunto, sfidando col contributo dei donatori privati non solo il rischio di essere aggredite da terra o bombardate dall’alto nei piccoli ospedali da campo improvvisati, ma anche la difficoltà quotidiana di operare in territori socialmente e politicamente instabili, come il Sud Sudan, la Siria, lo Yemen, o l’Eritrea.
Quanti hanno sentito parlare della fuga di questi ultimi giorni da Kodoc, in Sudan, di 25mila abitanti? Chi ci spiega l’origine degli scontri che hanno costretto a partire centinaia di migliaia di donne, uomini, bambini, gli stessi che tanti di noi considerano una minaccia alla nostra sicurezza e al nostro benessere?  “Ci troviamo di fronte a un potenziale disastro, i bisogni sono enormi”, ha dichiarato tre giorni fa Marcus Bachmann, capo missione di MSF in Sud Sudan. “Gli ospedali nell’area non sono funzionanti e le forniture d’acqua non sono sicure. Due giorni fa gli sfollati non hanno avuto accesso ad acqua potabile per via dei combattimenti. A causa dell’esposizione al caldo torrido e agli agenti atmosferici, ben presto la popolazione soffrirà di disidratazione cronica e diarrea, ma anche di malattie come il colera”.
 “E’ questione di qualche mese e molte di queste persone le troveremo a Lampedusa – ha commentato la dichiarazione il mio amico Massimo Marnetto – Con i Salvini a sbraitare sull’invasione, i 5 Stelle ad accusare le Ong di eccesso di legittima pretesa nel salvare i naufraghi, i mercanti dell’accoglienza appaltata pronti a sfregarsi le mani per nuovi business. Ma nessuno che faccia qualcosa di serio – con piani, fondi e azioni –  per sedare i conflitti che generano i flussi di migranti. E’ questo il punto che in pochi capiamo: cercare una soluzione quando i profughi sono già in mare è troppo tardi. O c’è un impegno su scala sovranazionale per sedare le violenze sanguinarie che generano sfollati, soprattutto in Africa (ma non solo), oppure ogni altra soluzione, ripartizione, reclusione non funzionerà. Insomma, l’emigrazione è un problema da “caschi blu”, non da camicie verdi”.

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