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Non meritiamo il G7 della cultura

 

Due notizie parallele. A Firenze il ministro Dario Franceschini organizza con la dovuta solennità un G7 della Cultura essendo il nostro il Paese più dotato di siti Unesco. A Roma si annuncia, grazie ad una convenzione coi Carabinieri in pensione, che i giardini e le collezioni di Villa Poniatovski, ultimo splendido restauro curato da Italo Insolera, saranno riaperti quanto meno sabato pomeriggio e giovedì mattina. Lo Stato non ha soldi per mostrare questo gioiello di Valadier. Nel meeting fiorentino bisognava far sapere che, secondo l’Istat, pochi anni fa eravamo 22° (altro che G7) nella classifica della spesa statale per la cultura, dopo Malta e Cipro e davanti alle sole Grecia e Romania.

Il tema del G7 è stato dei più nobili: l’intervento dei Paesi più colti, pacifici e attrezzati nella difesa e nel restauro di altri, ben più sfortunati, aggrediti da guerre e terrorismi. Nei quali peraltro l’Italia è da anni presente con efficacia, avendo, oltre tutto, i migliori restauratori del mondo. Sovente mortificati in patria dalle condizioni nelle quali sono costretti ad operare. Nobili pure le parole della segretaria generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia. Peccato che la sua regia nella nostra “guerra interna”, i forti terremoti, sia stata, ad Amatrice e dintorni, così debole: era già lì il 28 agosto, senza però ordinare – con la determinazione che ebbe Mario Serio, con Antonio Paolucci, Maria Luisa Polichetti,  Bruno Toscano ed altri – di puntellare tutto e subito. Così le successive scosse e ancora il nevone di gennaio hanno sbriciolato chiese, torri e palazzi. Un confronto avvilente fra il Mibac del ’97 e quello odierno. Nei dati di fatto.

Un enorme problema dei Paesi messi a ferro e fuoco dalle guerre locali e dal settarismo religioso è quello delle biblioteche e degli archivi. La loro distruzione significa la barbara cancellazione di una identità. Da noi il patrimonio racchiuso negli archivi e nelle biblioteche è gigantesco. Ma i finanziamenti risultano infimi. A maggio sono usciti i bandi per le tanto esaltate 500 nuove assunzioni al Mibact (contro 3000 e più posti vacanti in organico), ma appena 25 erano per bibliotecari. Risposta alle proteste: i posti vacanti erano soltanto 41…Sì, però su un organico ridotto già all’osso. E poi in questo 2017 ben 600 bibliotecari andranno in pensione.

Signori si chiude? Ci siamo quasi. Vi sono grandi biblioteche – la stessa Nazionale di Roma – che funzionano ancora grazie a decine di precari a 500 euro al mese. E siamo nel G7 della Cultura. Di recente Tomaso Montanari ha di nuovo denunciato che la Biblioteca universitaria della Sapienza di Pisa è chiusa da cinque anni, che alcune biblioteche delle ex Province chiudono per mancanza di stipendi (a Cosenza), che a Napoli i 300.000 volumi del grande organizzatore di cultura Gerardo Marotta sono nelle casse da tempo. A Modena poi – polemica innescata da Maria Pia Guermandi e da Claudio Meloni – la sala di consultazione della gloriosa Estense è stata destinata a spazi espositivi (bisogna fare mostre, mostre, a girandola). A Milano la Braidense teresiana è stata accorpata alla Pinacoteca napoleonica. Perché? Ma perché è coi Musei che si faranno i soldi, ragazzi, non con le Biblioteche. Tanti soldi che il Louvre è passivo per metà dei suoi costi (cioè per 102 milioni di euro l’anno versati dallo Stato) e il Metropolitan Museum in stato pre-fallimentare per 40 milioni di dollari.

Infine, se le Biblioteche non stanno bene, gli Archivi agonizzano da tempo. Non si contano più quelli dello Stato con direttori senza qualifica di dirigenti. Gli ultrasessantenni sono il 66 % del personale e i trentenni per converso lo 0,6%. Eppure pochi anni fa si realizzò a Sant’Ivo una mostra di soli documenti dell’Archivio di Stato sull’abusatissimo Caravaggio e c’era da gridare di gioia per la novità e la meraviglia.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

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