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Mal comune mezzo gaudio?

 

Mal comune mezzo gaudio. Così dicono, ma non è vero. Naturalmente non si tratta –almeno dalle nostre parti- del male assoluto, fatto di bombe gigantesche, terrorismo, strage degli innocenti e uomini che uccidono le donne, ma di un male spesso banale, diffuso, quotidiano. E’ il male di chi non fa bene il proprio lavoro, di chi non controlla le notizie, di chi costruisce inchieste giudiziarie clamorose, con l’ansia di “fare notizia”, a costo di imbrogliare un po’ sulle intercettazioni, di chi condanna un intero popolo, come i rumeni emigrati in Italia, alla criminalità permanente, e nel frattempo pasticcia con i congiuntivi, di chi fa interviste urlando le domande senza ascoltare le risposte, di chi insulta sui social media. Ci fanno male i manager, pubblici e privati, incapaci di far volare l’Alitalia. E’ un male che arriva dappertutto, ma diventa catastrofico quando mescola in una miscela esplosiva politica, economia, giustizia e mass media. Del resto cosa ci si può aspettare da una classe dirigente che non legge libri (Censis, 2015) e che ci rende, come ha scritto recentemente Sergio Rizzo, “La repubblica dei brocchi.” (Feltrinelli, 2017). Dalla “casta” ai “brocchi” il passo è stato abbastanza breve, come dimostra questo Parlamento con poca qualità, nominato con il Porcellum, e che adesso, dopo varie sentenze della Corte costituzionale ed espliciti inviti del Presidente della Repubblica, non riesce a darsi una decente legge elettorale.

Un Parlamento del genere, incapace, maleducato e rissoso, dovrebbe essere licenziato in tronco, ma non è possibile per la trappola-paradosso (tipo “comma 22”) di una legge elettorale che in pratica non esiste. Mentre il governo Gentiloni, in totale solitudine, sta cercando di fare del suo meglio e spera di dare il “reddito di inclusione” a due milioni di poveri, con soldi che forse non ha, i vari partiti giocano a farsi dispetti e sembrano allegramente determinati a ritornare al sistema proporzionale con le preferenze. E’ il risultato del sovrapporsi di incredibili pasticci elettorali, prima il Porcellum e poi l’Italicum, entrambi bocciati o corretti, con la scimitarra e con il bisturi, dalla Corte costituzionale, che ci ha lasciato in eredità due sistemi diversi alla Camera e al Senato. Se passerà il Legalicum, che piace al M5S, si ritornerà indietro di un quarto di secolo, quando l’Italia era il paese di Pulcinella, fondato sull’instabilità politica, il debito pubblico e una corruzione diffusa. Il sistema proporzionale con le preferenze, infatti, piace ai signori delle tessere, moltiplica le spese elettorali e il voto di scambio, moltiplica l’instabilità. Sarebbe ragionevole, come sostiene il Pd, ritornare al Mattarellum, ma dicono che non c’è una maggioranza disposta a votarlo in Parlamento, eppure bisognerebbe provarci, almeno per rendere evidente chi e perché vota contro. Poi ci sono, qua e là, delle proposte interessanti –come quella di Gianni Cuperlo- sui collegi uninominali, ma non vengono prese in considerazione.

In questa situazione, purtroppo, è facile prevedere il futuro. Il M5S, nonostante le firme false e una gestione autoritaria ed opaca delle decisioni in rete, vincerà le prossime elezioni, ma sarà inutile, perché non raggiungerà la soglia del 40% che dà diritto a un premio di maggioranza. Allora ritornerà alla grande Silvio Berlusconi, l’ottuagenario che in foto sembra “uno splendido cinquantenne” e dà il biberon agli agnelli. Il vecchio Caimano diventerà il dominus di una grande coalizione, o grande inciucio che dir si voglia, con il Partito democratico, ritornato inutilmente nelle mani di Matteo Renzi, indebolito e ridimensionato da varie scissioni e che continuerà a bisticciare su tutto. La soluzione, semplice e ragionevole, l’ha indicata Giovanni Sartori, morto pochi giorni fa, che proponeva il modello francese: un sistema elettorale maggioritario fondato sul doppio turno di collegio, senza premio di maggioranza. Ma sarebbe troppo ragionevole e semplice, e allora molto meglio rassegnarsi al mal comune mezzo gaudio.

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