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Ella, Jonathan, Cinecittà e il respiro dell’immenso

 

Celebriamo gli ottant’anni di Cinecittà in un momento di grande difficoltà, fra incertezze per quando riguarda il futuro e vicende assai poco commendevoli che ruotano intorno a quella che un tempo veniva chiamata la “Hollywood sul Tevere” e considerata, a ragione, il tempio del cinema: un santuario della settima arte nel quale sono stati girati alcuni film destinati a passare alla storia come “Le notti bianche” di Visconti e “C’era una volta in America” di Sergio Leone.
Celebriamo gli ottant’anni di Cinecittà, inaugurata il 28 aprile 1937, in pieno regime fascista, e divenuta col tempo uno dei simboli dell’eccellenza italiana, prima di andare incontro ad un declino che oggi appare inarrestabile, per mancanza di coraggio negli investimenti e per alcune scelte gestionali e manageriali che definire assurde e controproducenti è un eufemismo.
Celebriamo, poi, i cento anni dalla nascita di Ella Fitzgerald, “Mamma Jazz”, uno dei simboli dell’America del Novecento, interprete di alcuni dei brani più importanti della storia del jazz nonché emblema dell’American dream, del riscatto che si trasforma in gloria, della povertà che diviene emancipazione, grandezza, affermazione personale nel contesto di un percorso di cambiamento collettivo.

Ella Fitzgerald: un’interprete delle contraddizioni dell’America, icona della sua grandezza e del suo declino, della sua potenza e del suo soft power, del suo immaginario straziante e positivo al tempo stesso, della sua immensità e del fatto di essere una nazione costantemente in guerra con se stessa.
Un modello e un punto di riferimento per intere generazioni, dunque: per ciò che è stata, per ciò che ha rappresentato e per ciò che significano tuttora la sua arte e la meraviglia della sua voce senza eguali.
Rendiamo omaggio, infine, a Jonathan Demme, regista di gioielli come “Il silenzio degli innocenti” e “Philadelphia”: un cineasta che ha saputo raccontare come pochi la società contemporanea, affrontando fra i primi il delicato tema dell’AIDS e non rinunciando mai a illuminare e a far conoscere senza infingimenti gli inferni del nostro tempo. 
Tre forme di poesia, di bellezza e di infinito, tre doni del cielo, tre regali del Novecento al nostro secolo ancora senza storia, con l’auspicio che acquisisca quanto prima un’anima e una complessità, un suo mistero e la magia che rende unico ogni singolo giorno.

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