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“Carosello”: sogni per un’Italia felice

 

“Carosello” nacque esattamente sessant’anni fa: era il 3 febbraio 1957, pochi mesi dopo sarebbe stata lanciata sul mercato la mitica Cinquecento e i tempi erano ormai maturi per l’avvento di quella stagione irripetibile, segnata dal boom economico, che vide il nostro Paese al centro di un processo di crescita, di sviluppo e di benessere generale senza precedenti.
Nacque per assecondare il desiderio di felicità di un’Italia vogliosa di lasciarsi definitivamente alle spalle la tragedia della guerra, la miseria dell’immediato dopoguerra, le sofferenze, le incertezze e il clima di tensione che si respirava in un paese ridotto in macerie: morali prima ancora che materiali.
Nacque per pubblicizzare i prodotti di un Paese pronto a volare verso orizzonti mai esplorati in precedenza, per accompagnare la generazione dei ragazzi con i capelli al vento, per incantare i bambini che si fermavano con gli occhi colmi di stupore e meraviglia davanti a quello spettacolo, prima di andare a letto, come usava all’epoca.
“A letto dopo Carosello” per i nati nel dopoguerra è stata una frase cult, una frase che faceva il paio con “prima si fanno i compiti e poi si va a giocare”, una frase educativa, il ritratto di una stagione nella quale le regole e la gioia di vivere andavano di pari passo senza problemi.

Non a caso, la fine di “Carosello” coincise con la fine del centrosinistra, con l’avvento della febbre del sabato sera, con le prime avvisaglie del riflusso e con la trasformazione di un popolo di consumatori ancora legati ad antiche norme di convivenza civile e a sani princìpi etici in un popolo di furbetti senza regole, senza princìpi, senza alcuna etica, intriso di spiriti animali e predatori e desideroso unicamente di arricchirsi, di raggiungere il successo a qualunque costo, di affermarsi a scapito del prossimo e della comunità.
Nacque, “Carosello”, in un’Italia ancora ingenua ma finalmente spensierata, in un’Italia semplice, un’Italia che, non a caso, piaceva ancora a Pasolini, prima che lo travolgesse il disincanto, la rabbia, la disperazione per un declino che appariva ai suoi occhi inarrestabile.
Nacque per agevolare il boom, per far nascere la società dei consumi e rilanciare l’economia ma lo fece con gusto, ironia, diremmo quasi con poesia, proprio come i sogni di quegli anni, proprio come le speranze gentili dei bambini di allora, proprio come i sospiri di sollievo dei loro genitori che, finalmente, potevano concedersi un minimo di serenità dopo tanto dolore, tanti lutti e innumerevoli momenti di disperazione.
Nacque sessant’anni fa e durò un ventennio, prima di dire addio ad un’Italia che ormai era radicalmente cambiata, si era incattivita, aveva iniziato a smarrire la speranza e non aveva più tempo per il Calimero piccolo e nero di quello spettacolo nazional-popolare che per tanti anni era stato lo specchio di un paese assetato di cambiamento e di futuro e che, a un certo punto, era iniziato a sembrare fuori luogo, in un paese ormai stanco, smarrito e pieno di dubbi, pervaso dalla barbarie del terrorismo rosso e nero e da una violenza di Stato non meno atroce e insostenibile.
Nacque in un clima straordinario, del quale oggi avvertiamo più che mai la nostalgia, perché in fondo in quegli sketch, in quei sorrisi sinceri, in quella scanzonata allegria e in quella festa collettiva che coinvolgeva tutti senza distinzioni finiamo col riconoscerci anche noi: noi figli dell’età del caos e dell’incertezza che non abbiamo nemmeno il privilegio di poter rimpiangere quell’epoca in cui era ancora possibile, e tutto sommato anche facile, credere in qualcosa.

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