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Leonard Cohen e l’America dell’addio

 

Sinceramente non mi sorprende la scelta di Leonard Cohen di andarsene proprio in questo momento, mentre l’America è caduta nelle mani di un personaggio verso il quale, di sicuro, nutriva un profondo disprezzo e contro il quale, senza dubbio, non avrebbe mancato di esprimersi con la purezza cristallina della sua poesia in musica.
Non si può scegliere quando morire, ovvio, ma a noi piace pensare che un gentiluomo come Cohen abbia deciso di risparmiarsi quest’ennesima sofferenza, lo strazio di vedere il proprio Paese ingannato e messo in ginocchio da un presidente che già si preannuncia come il peggiore di sempre, con la sua misoginia, il suo razzismo, la sua assoluta mancanza di buongusto, il suo disprezzo nei confronti degli intellettuali, della cultura e dell’arte e il suo essere, fondamentalmente, il rappresentante ingannevole delle viscere dell’America profonda, la quale verrà senz’altro tradita da un magnate che ha promesso l’impossibile e che manterrà unicamente gli aspetti più deteriori del proprio programma.

Troppo per una persona dolce e sensibile come Cohen, troppo per la sua nobiltà d’animo, troppo per la sua profondità di pensiero, per la sua bellezza interiore, per il suo spirito rivoluzionario e per il suo essere, al contrario di Trump, l’emblema dell’America migliore, lui che pure era nato in Canada, precisamente a Montréal, e che se ne è andato a Los Angeles all’età di 82 anni.
Leonard Cohen come Dylan: simbolo e incarnazione di quell’America ribelle che negli anni Sessanta ci fece sognare e sperare, che seppe mettersi a nudo attraverso le loro liriche e che seppe aprirsi al mondo, prima che la barbarie neo-liberista ponesse fine a ogni speranza e ci rendesse tutti più fragili, più soli, incapaci di comprendere e di apprezzare il senso stesso della poesia e di uno spirito indomito costantemente in lotta.

Se ne va, dunque, un rivoluzionario mite, un anti-Trump per eccellenza, un cantore dell’innocenza in grado, nonostante questo, di graffiare e di scavare a fondo nell’anima di una Nazione dai mille volti, caratterizzata da infiniti dubbi e innumerevoli contraddizioni.
Ci lascia nel momento peggiore, quando avremmo più che mai bisogno di lui e della sua leggerezza, del suo impegno e della sua passione civile; ci lascia ma, in fondo, è giusto così perché una battaglia sporca, violenta, feroce e, per forza di cose, devastante per chiunque vi si impegnerà avrebbe finito con lo sporcare la sua immagine di menestrello di un Paese che sapeva ancora guardare al futuro e credeva in qualcosa, al tempo delle ideologie e delle prospettive, delle attese e dei giovani con i capelli al vento che lottavano insieme contro l’ordine costituito.
È stato la voce di un’America e di un mondo che non c’è più e non ci vuole molto per comprendere che in questo nuovo contesto si sentisse a disagio. E così, dopo aver celebrato l’assegnazione del Nobel all’amico Dylan, ci ha detto addio senza clamore, in quest’America in cui tutto sembra essere finito per sempre e qualcosa dovrà per forza ricominciare, quando avremo smaltito il dolore per una sconfitta collettiva e dalle conseguenze imponderabili. Sarà un percorso lungo e difficile e avvertiamo eccome la nostalgia di quelle voci che avrebbero potuto indicarci il cammino o, quanto meno, costituire un esempio da seguire, in una fase storica nella quale sono venute meno tutte le bandiere.

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