Sei qui:  / Arte / Culture / I Giardini delle Esperidi, Calabria orgoglio italiano

I Giardini delle Esperidi, Calabria orgoglio italiano

 

Chissà se il Giardino delle Esperidi collocato dalla mitologia all’estremo lembo dell’Occidente, nella regione in cui tramonta il Sole, si nascondeva proprio tra le case di Zagarise, in Calabria, dove già da due stagioni prospera in suo nome un palpitante festival di  cultura. Chissà se quell’albero dai pomi d’oro che Gea (la Terra) aveva donato a Era in occasione delle nozze con Juppiter, e consegnato in custodia alle Esperidi, sia davvero il medesimo che oggi negli orti del centro pre-silano protende i rami carichi delle  piccole mele succose così care ai visitatori dagli occhi sognanti; e chissà ancora se  dietro le bellissime figlie di Esperia e di Atlante, ninfe della soave sera che reca pace al cuore degli umani, si celino le fanciulle di Zagarise che accolgono gli ospiti con il loro misterioso sorriso. Ma sono disposto a credere che nel muro che circonda il Giardino delle Esperidi, Maria Faragò sia riuscita ad aprire una breccia, anzi a istallare una vera porta che immette senza scampo nel sacro orto degli dei.

Zagarise è un pugno di case arrampicate sulle falde della piccola Sila, con le spalle alla foresta e le finestre spalancate sul Golfo di Squillace. Ed è qui che Maria Faragò, ben nota protagonista delle kermesse letterarie con brillanti trascorsi al Premio Tropea, spalleggiata da Mauro Minervino antropologo e scrittore, è riuscita a istituire un certame culturale di cinque giorni aperto a ogni espressione della creatività. Sono stati chiamati a raccolta studiosi di fama, giornalisti d’assalto, archeologi, narratori, cineasti, poeti, pittori, performer, editori, architetti, musicisti, in un maelstrom di appuntamenti disseminati a tempo pieno, dalla mattina a tarda sera, nel contesto urbano e nei siti adiacenti di stupefacente bellezza, compresi i comuni limitrofi di Albi e Magisano.

Edificio e fulcro della manifestazione è l’antica mola al centro del paese, trasformata nel “Museo dell’olio d’oliva” (produzione d’eccellenza della contrada) grazie al giovane sindaco Domenico Gallelli il quale già vagheggia la tumultuosa crescita dell’iniziativa verso un laboratorio permanente al servizio del talento dei giovani. Infatti sono stati loro i protagonisti, prendendo d’assalto le giornate di festa in veste di pubblico, ma anche impegnandosi allo stremo come un drappello di fedeli corsari della cultura pronti a sacrificarsi senza risparmio per la riuscita dell’impresa. Vorrei che il nostro Paese si specchiasse nel volto fiero e leale di Mario, di Dora, di Angela, di Franca, di Enrico Pulice responsabile delle riprese e della documentazione video, per capire meglio di cosa sia capace la Calabria del piagnisteo – povera, emarginata, saccheggiata, scempiata – quando venga chiamata all’orgoglio di se stessa, diventando l’orgoglio dell’Italia intera. La kermesse si è conclusa ‘idealmente’ con il recupero e l’inaugurazione di una fonte e di un lavatoio antico che l’Associazione Pensando Meridiano, sotto la guida della ricercatrice universitaria di architettura Consuelo Nava, ha riportato alla luce in tempo record, e in diretta, ripulendola dai detriti che l’avevano sepolta e cancellata. Un  piccolo grande gesto in grado di dimostrare che la memoria appartiene strettamente al tempo in cui viviamo e che senza la cura del passato non riusciremo mai a costruire né futuro né identità.

Tra tante calde giornate di sole, sull’Evento Visita al Cantiere, è scesa inaspettata la pioggia, ed è sembrato un lavacro sulla ressa di persone che si era stretta intorno a quel momento così intenso. Maria Faragò, in piedi su un muretto e impugnando il microfono, continuava a ringraziare e a piangere, senza riuscire a trattenere le lacrime che si mischiavano sul suo viso con la pioggia e sembravano affermare inderogabilmente che la cultura – come l’amore –  vince su ogni cosa; e che anche la Calabria sarà presto capace di sovvertire qualunque fosco pronostico, avendo ormai preso coscienza che il destino è soltanto nelle nostre mani.

Vorrei saper riferire le parole con cui un archeologo poeta come Francesco Cuteri, ha dialogato con Francesco Minervino nella chiesa di S. Maria Assunta, il duomo della cittadina innalzato all’apice di una scalinata e dominante con la sua pietrosa facciata quattrocentesca, di possente eleganza, sul gregge di case ai suoi piedi. Cuteri ha raccontato la propria professione con il fuoco di una passione smodata e coltissima, trasferendo agli ascoltatori l’emozione che l’accompagna a ogni ricerca, la fede che lo sorregge in ogni passo quando riesce finalmente a strappare alla stratificazione dei secoli opere millenarie che rendono prezioso il sottosuolo della sua regione.
Vorrei saper ricreare l’atmosfera di eccitazione e di attesa quasi religiosa, con cui un pubblico straripante ha partecipato alla conversazione con Gianni Amelio, in collegamento da Roma. Il regista originario di San Pietro Magisano, ormai da tempo famoso nel mondo per i suoi film ultra premiati (Il ladro di bambini, Lamerica) ha parlato della sua infanzia in Calabria, dei suoi studi, dei suoi esordi nel cinema; e infine si è soffermato a commentare la sua prima opera narrativa, il romanzo di formazione Politeama, edito da Mondadori, in cui viene raccontata senza censure né abbellimenti di maniera, una storia straziante di miseria e omosessualità in un’epoca e in un’Italia in cui il pregiudizio verso i ‘diversi’ era ancora feroce. Ed è stato assai toccante il momento in cui Amelio ha confidato candidamente al pubblico la sua felicità per aver appena comprato alla nipotina, che frequenta il liceo classico, il dizionario Rocci per il greco antico che da studente lui non aveva mai potuto permettersi perché troppo costoso.

Numerosi sono stati i momenti di forte commozione che hanno interpuntato la kermesse; come quando si è parlato del libro reportage Ritorno a Medjugorje (Pellegrini Editore di Cosenza) e del mistero di un incrollabile fede cattolica in un villaggio poverissimo della Bosnia Erzegovina in cui la Madonna apparve un giorno ormai lontano del 1981 a sei bambini sulla collina del Podbrdo: “Non abbiate paura, sono la Vergine Maria, e vi reco messaggi per tutta l’umanità”. Da allora più di venti milioni di persone si sono riversate tra quelle pietre scabre in cerca di soccorso e di pace. E la stessa Maria Faragò ha voluto rendere la propria testimonianza di ricerca spirituale narrando il recente ‘cammino di Santiago’, un’impresa in cui ha travasato ogni energia fisica e mentale pur di riuscire a sfiorare l’essenza del divino. Poderosa e sanguigna è stata l’arringa di Pino Aprile, celebre divulgatore meridionalista, che ha sciorinato cifre e episodi di scempi compiuti ai danni del Sud dopo l’Unità d’Italia. Una sistematica distruzione che potrebbe ormai configurarsi storicamente come un autentico genocidio, del quale ancora oggi mascheriamo la spietatezza dietro abusati simboli di patriottismo risorgimentale ed eroi al soldo dei vincitori (Carnefici, Ed. Piemme).

Angelo Ferracuti, postino e scrittore, ha intrattenuto il pubblico sotto il gazebo di Magisano, una elegante struttura di arredo urbano propiziata dal vicesindaco Salvatore Tozzo, colto architetto appassionato di storia e arte locale, prestato provvidenzialmente alla politica.

Ci sono state mostre di pittura quasi estemporanea, come i disegni a inchiostro dell’austriaca Doris Maninger, immagini espressionistiche stampate  su carta di riso ed esposte simili a ‘panni stesi’ nella suggestiva Torre Normanna. Oppure gli arazzi virtuosistici e le nuove tessiture a telaio di Mimmo Caruso, da San Giovanni in Fiore. E ancora il laboratorio Carta Pazza della torinese Elena Marsico. In ambito teatrale ha riscosso gran successo il monologo di Ernesto Orrico tratto dalle memorie di Joe Zangara; l’anarchico calabrese nato a Ferruzzano (RC) ed emigrato in USA, che in cerca di una affermazione personale progetta di uccidere il Presidente Franklyn Delano Roosevelt e il 20 Marzo 1933 viene giustiziato sulla sedia elettrica nel penitenziario di Raiford, in Florida, a soli 33 anni. Tragedia e umorismo grottesco mescolati con abilità e contrappuntati dalla chitarra di un musicista di grazia, Massimo Garritano, presente anche in un esaltante concerto personale.
Non minore attrazione per la performance artistica di Massimo Lippi da Siena, che sulla piazza di Magisano ha ‘scolpito’ a colpi di sega elettrica grossi tronchi sottratti al caminetto per essere consegnati all’empireo delle ‘istallazioni’. E lo schietto divertimento del pubblico ha circondato “Cadute”, divagazioni, pensieri, riflessioni attraverso la pittura, inscenate da Donato Laborante, anarchico di gran cuore e di pittoresca presenza.

All’interno del programma densissimo e provocatorio, tra concerti, reading di poesie, dialoghi a rispetto, trekking poetici tra larici e pini d’altissimo fusto della Sila, pranzi e picnic d’autore al chiuso e all’aperto, c’è stato persino un ‘workshop’ del canestraio Aldo Mammoliti, maestro dell’antica arte dell’intreccio, applaudito a scena aperta da una platea survoltata soprattutto di giovanissimi che assistevano alle  creazioni come ai giochi di prestigio di un illusionista. Forse la metafora più appropriata per riassumere un festival in cui illusione e concretezza sono riusciti a viaggiare l’una a fianco dell’altra in salutare, perfetta armonia.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE