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Bavaglio turco: spento il satellite alle tv curde anche in Europa

 

Il 30 settembre scorso Med Nûçe tv, piccola emittente tv via satellite con sede in Italia e autorizzazione del nostro ministero delle comunicazioni,  si è vista spegnere il segnale. Il motivo, secondo quanto a loro reso noto dal service belga che forniva loro la trasmissione, sarebbe stata la decisione di Eutelsat di interrompere la fornitura alla tv curda, e solo a lei, nonostante sia a tutti gli effetti un’emittente italiana e diretta da un giornalista italiano. Lo stesso era accaduto nei mesi scorsi anche ad altre sei televisioni in lingua curda con sede in diversi paesi europei.

Nei fatti, queste tv si sono viste, tra maggio e settembre, cancellati i contratti pluriennali per la trasmissione via satellite dei loro programmi, senza motivazione. I service, di diversi paesi dal Belgio alla Norvegia, hanno giustificato la sospensione del servizio proprio con le pressioni ricevute da Eutelsat. Ma ad alcuni di loro, ad esempio a un service norvegese, è arrivata una lettera ufficiale di RTUK, Republic Turkey Radio and Television Supreme Council, per intimare la sospensione della fornitura della copertura alle emittenti da loro servite.

Insieme alla segretaria generale aggiunta Fnsi Anna Del Freo, membro anche della giunta di Efj, il sindacato europeo dei giornalisti, Articolo 21 ha incontrato Ylmaz Orkan, rappresentante del Kurdistan National Congress (una rete internazionale che raccoglie comunità e gruppi di varie tendenze, tutti accomunati dall’obiettivo dell’indipendenza del Kurdistan), che denuncia un’azione di concreto bavaglio attuato dalla Turchia attraverso Eutelsat. Secondo Orkan, Eutelsat (società francese, nata come consorzio pubblico europeo e poi privatizzata) ha molti interessi in Turchia, dalla fornitura di servizi via satellite alle postazioni per la banda larga, e di recente avrebbe concluso con le autorità di Ankara l’accordo per la fornitura di ulteriori postazioni per la copertura del territorio.

Sarebbe, se confermato, un caso simile a quanto avvenuto in Cina o in Iran con Google e altri operatori mondiali della rete, che hanno accettato di farsi loro stessi censori per non perdere posizioni in mercati in crescita. Ci piacerebbe che Eutelsat, contro la quale le tv silenziate hanno presentato ricorso davanti ai giudici francesi, chiarisse la situazione, e che si trattasse solo di una errata comunicazione ai service che mediano con i clienti più piccoli. Se così non fosse, ci auguriamo che l’Europarlamento e la stessa Commissione europea, che con Ankara ha in piedi accordi importanti oltre al negoziato per il suo ingresso nell’Unione, facessero un passo, anche due, avanti e chiedessero conto finalmente della sistematica violazione dei principi dello stato di diritto in un paese troppo vicino e strategico per poter essere abbandonato alla sua deriva dittatoriale.

Tra l’altro, Eutelsat, attraverso UltiSat, un fornitore globale di soluzioni di comunicazione, fornisce la capacità in banda via satellite per supportare soluzioni di rete gestite per le organizzazioni non governative in ambienti remoti o ostili. Cosa accadrebbe se analoghe pressioni dei governi locali arrivassero all’azienda francese? Cooperanti e volontari verrebbero abbandonati al loro destino senza la possibilità di contattare le loro sedi centrali, magari per chiedere aiuto in situazioni di pericolo?

In questa vicenda, di per sé gravissima, però non c’è “solo” in ballo la libertà di stampa. A questo infatti si aggiunge la sistematica azione di repressione delle voci curde in Turchia, a partire dallo stesso partito HDP, che, nonostante conti su 59 parlamentari, è scomparso dai media turchi, perché quelli che si sono opposti alle pressioni del governo e hanno continuato a riportare le loro iniziative e dichiarazioni sono stati semplicemente chiusi, come sta avvenendo a tutte le voci indipendenti.

Ma per i curdi è più grave: la scomparsa delle radio e tv curde significa anche l’impossibilità per le comunità curde di avere informazioni nella loro lingua, mantenere la propria cultura, e per le nuove generazioni, soprattutto all’estero, significa perdere la possibilità di mantenere i legami con le loro origini: è vera pulizia etnica quella che Erdogan sta attuando. I curdi sono, secondo le loro stime, 40 milioni sparsi in vari paesi dell’area; nella sola Unione europea sono 2 milioni i residenti registrati come curdi, ma molti tra i turchi sono anche curdi e molti curdi non risultano tali, magari hanno l’asilo in quanto provenienti da altri paesi o semplicemente non sono registrati. Queste tv sono per molti l’ultimo filo che li lega alla loro storia e alle loro famiglie rimaste a casa, e per i cittadini turchi, e non solo per quelli di origine curda, sono le ultime voci libere in un paese ormai tacitato.

I programmi di queste emittenti sono seguiti, oltre che in Europa e in Turchia, fino in Iran, Armenia e Russia, dove ci sonoj, Europar lamentocorpose comunità curde.

Queste piccole tv, come Davide contro Golia, proseguono le trasmissioni via web, ma non hanno lo stesso seguito, dato che anche in Europa la copertura della rete sufficiente a seguire streaming video o scaricare filmati è inadeguata, per non parlare dei territori curdi.

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