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Quando schierarsi è necessario. Oggi a Roma manifestazione per il popolo curdo

 

Presi come siamo dalle nostre vicende interne, spesso piccole e amplificate se si tiene conto del quadro globale, riusciamo a rimuovere ciò che avviene a poche centinaia di chilometri dalle nostre case e per responsabilità esplicita dei nostri governi.
Quanto sta accadendo in Turchia è una delle prove.

Paese con cui abbiamo stretti rapporti commerciali, politici e militari (fa parte della NATO), porta dell’Oriente e centro di civiltà, il paese è passato negli anni da dittature militari dichiarate ad un regime fondato sulla paura e l’oppressione di ogni minoranza, opposizione, voce libera. La dittatura di Erdogan, sancita anche da risultati elettorali che andrebbero ben contestualizzati, dopo aver a lungo flirtato per ragioni di geopolitica con le forze jihadiste in Siria, ha oggi un potere immenso. Nel suo territorio vivono oltre 3 milioni di profughi, in gran parte siriani. In una prigione a cielo aperto, dove nulla è garantito, questi uomini, donne, spesso bambini, rappresentano un potere contrattuale enorme verso l’Unione Europea. Nello scorso marzo è entrato in vigore uno scandaloso accordo, incurante di ogni principio di legalità internazionale, in base al quale, in cambio di 6 mld di euro, la Turchia si impegnava a fermare i profughi diretti in Europa. Risorse impegnate in accoglienza o repressione? Se questo è opinabile è certo invece che il combinato disposto fra tale strumento, il riavvicinamento con la Russia di Putin, il ruolo fondamentale dal punto di vista geopolitico nell’area, permette oggi più di ieri all’esercito turco, supportato dalle potenze internazionali, di non attaccare più non solo l’ISIS, come ci era stato anche fatto credere, ma anche il sogno di democrazia portato avanti dal popolo kurdo, in Turchia come in Siria, le minoranze presenti nel territorio, le opposizioni laiche democratiche.

In Turchia, da almeno un anno, ma soprattutto dopo il fallito golpe del 15 luglio vige il terrore. I villaggi kurdi sono perennemente sotto assedio o coprifuoco si spara sui civili e sulle milizie composte da quegli uomini e quelle donne che stanno combattendo l’ISIS per un sogno di democrazia e di eguaglianza sociale. A finire in carcere sono: accademici, insegnanti, giornalisti (perché anche manifestare dissenso nelle opinioni è considerato attacco all’integrità dello Stato), magistrati, medici, amministratori impiegati statali e militari invisi al regime. E se non si va in carcere si viene licenziati, i giornali vengono chiusi o posti sotto tutela governativa, le stazioni radiotelevisive, i centri di cultura, le sedi di partito, sono considerati unicamente come pericolo da eliminare.

Sono migliaia i morti, soprattutto civili, nel Kurdistan turco, al confine siriano, in un vortice scellerato da cui non si esce anche per la vergognosa presa di parola delle potenze in campo.

E in tale contesto, una delle poche voci autorevoli, in grado da libero di riaprire spazio alla diplomazia, il leader Abdullah Öcalan, resta segregato in un eterno isolamento. A fatica si è riusciti ad avere notizie sul suo stato di salute ma null’altro.

Il quadro è ulteriormente peggiorato il 24 agosto scorso quando l’esercito turco ha invaso la città di Jarablus, dicendo di voler combattere i terroristi ma di fatto considerando tali più l’insorgenza liberatrice kurda e quella delle Forze Democratiche Siriane. Sembrano loro i veri nemici di Erdogan, non coloro che costruiscono il califfato.

Il popolo kurdo insieme agli altri gruppi etnici, religiosi e culturali ha costituito una Confederazione Democratica nel nord della Siria, il Rojava, dove coesistono pacificamente e nel rispetto reciproco popoli e fedi religiose diversi tra loro. Questo modello rappresenta una prospettiva ed un valido esempio per una Siria democratica; per questo è necessario sostenere questa esperienza di rivoluzione sociale di cui sono state protagoniste in primo luogo le donne.

Ora questa esperienza democratica decisiva per le sorti di un altro Medio Oriente rischia di essere cancellata dall’invasione turca. È quindi urgente la mobilitazione internazionale a fianco del Rojava, della lotta di liberazione del popolo kurdo e della rivoluzione democratica.
Per questo UIKI (Ufficio Informazioni Kurdistan in Italia) e Rete Kurdistan Italia, (un arcipelago diffuso di realtà solidali) hanno indetto ad un mese dall’invasione di Jarablus, il 24 settembre a Roma, alle 15.00 a partire da Piazza Porta Pia, una manifestazione nazionale a cui stanno aderendo realtà piccole e grandi provenienti da tutta Italia. Un momento importante, non solo di solidarietà con gli oppressi e con chi è costretto alla fuga ma che riguarda noi e le nostre opulente società.

Le esperienze di liberazione che stanno nascendo in quelle aree martoriate e la brutale violenza con cui si impedisce anche di renderle note ci insegnano che possiamo guardare fuori dai nostri confini imparando come ricostruire una vera democrazia. Ne abbiamo bisogno, al di là di tutte le diatribe logore della nostra vita politica, ne abbiamo bisogno se vogliamo pensare ad un futuro in cui possano tacere le armi, chi le vende e chi le utilizza per opprimere. Ne abbiamo bisogno se vogliamo davvero non vedere più milioni di persone costrette alla fuga o all’esilio, se decidiamo di non girare più il capo quando chiude un giornale, arrestano un uomo o una donna per il solo fatto di non volersi piegare. Il Rojava la società democratica oppressa kurda e turca, possono essere per noi un modello a cui ispirarci e i regimi che affliggono la Turchia come molti altri paesi, possono all’inverso divenire il punto di non ritorno verso la barbarie.
Dobbiamo scegliere e il 24 settembre scegliamo di essere in piazza.

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