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Turchia, dal golpe fallito un segnale di maturità

 

Difficile orientarsi in una storia importantissima e in parte ancora poco chiara come quella del fallito colpo di stato. Il risvolto più rilevante, e inquietante, è la ricaduta che il tentato golpe può avere sui rapporti tra Turchia e Nato. Ne ha scritto con competenza e acume Lucio Caracciolo. A questo riguardo è chiaro che molto dipenderà dal peso che avrà il silenzio protrattosi fin verso l’una di notte della Casa Bianca.  Ma guardandola da un altro punto di vista, o con una diversa priorità, più culturale e meno “geopolitica”,  la novità più rilevante può diventare un’altra: tutti sappiamo la durezza e la profondità delle divisioni politiche turche. Uno scontro che nella ferocia degli ultimi anni e della deriva autocratica di Erdogan, che ha avuto nelle dimissioni del premier Davutoglu il suo momento più forte, si è fatto “totale”. Ebbene, nonostante questo, i principali partiti di opposizione, sin dalle prime ore, hanno detto di no al golpe. Ben prima della mezzanotte erano riprese dalle agenzie di tutto il mondo le dichiarazioni ufficiali dei leader dei  principali partiti di opposizione. E in un paese che di golpe nel secolo scorso ne ha conosciuti ben cinque, con le conseguenti detenzioni politiche proprie di ogni golpe,  non si può certo dire che sia un dato da poco, soprattutto in un contesto  drammatico come quello attuale.

I curdi in primis, i repubblicani ovviamente, ma gli stessi comunisti, non hanno solo motivi di dissenso politico con Erdogan. Eppure non hanno sposato la scorciatoia golpista. Questo è un dato che non può essere sottovalutato. E’ un segnale non solo di maturità, ma di importantissima consapevolezza democratica. Proprio questo, nelle ore difficilissime che si vivono e certamente si vivranno, è il dato che anche nell’immediato può arginare il danno. Ma che in prospettiva è addirittura un capitale per i turchi, e quindi anche per noi. E’ importantissimo infatti per il superamento della grande “bugia” che  tormenta i turchi: quella dell’unicità. L’unicità del popolo, tutto turco e tutto sunnita, è infatti la grande bugia che fonda l’eliminazione dalla realtà di curdi, aleviti, cristiani e quindi di tutte le minoranze. Ora le minoranze, politiche, religiose e etniche, hanno detto no all’eliminazione dell’avversario Erdogan a mezzo di golpe. Ma non basta: forse è solo un fatto simbolico, o occasionale, ma la bugia dell’unicità ha cominciato a sgretolarsi nello stesso momento in cui l’unicità dell’esercito si è dimostrata non più tale.

Il dato di fatto relativo al rifiuto della soluzione golpista da parte di oppositori che davanti alla tendenza autocratica rischiano grosso, proprio per la scelta politica o per la loro semplice appartenenza, è di enorme rilievo perché arriva in un Paese lacerato e pure coinvolto nella gravissima spirale di odio alimentata dall’Isis. Ma evidentemente si è saputo sottrarsi,  rifiutando  la semplificazione, con una forza e un coraggio che sembrano già in sé una veemente risposta alla “cultura dell’odio” che fonda l’Isis e la sua negazione dell’altro, di qualsiasi altro.

Rifiutando il golpe gli oppositori di Erdogan non hanno certo detto di sì a lui,   hanno detto di sì alla Turchia plurale, riguardosa della sua complessità, e quindi della sua “non unicità” politica, etnica, religiosa. In definitiva hanno detto di sì alla democrazia e alla speranza di un futuro diverso, non “analogo sebbene opposto”. In questo si può trovare un fondamento reale, concreto, di una via turca alla democrazia, che non è poco. Se poi la questione andasse vista in termini di modelli, è probabile che proprio da un Paese che ha conosciuto e vissuto la complessità, dopo gli orrori del Novecento, possa venire la speranza di un futuro diverso per la regione. Prospettive complesse che si costruiscono nel tempo, ma anche nel farsi della storia. E questa pagina scritta dagli oppositori di Erdogan, nonostante la feroce repressione e la cupezza delle prossime ore,  merita di restarci, nei libri di storia.  Farla entrare non solo per una notte nella nuova storia turca  può dipendere anche da noi, ad esempio dicendo subito ad Erdogan che il ritorno alla pena di morte significherebbe la fine dei rapporti con l’UE.

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