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Isis, terrore digitale

 

Bertrand Tavernier ci diede contezza della “morte in diretta” in un film amato dai cinefili. Ma niente, niente poteva far immaginare che la morte diventasse argomento principe dei social network. Quasi un format, cinico e devastante. I terroristi  dell’Isis non sono tribù arretrate e chiuse, bensì assassini in viaggio permanente nella e della società digitale. A Dacca le scene di morte sono state postate, simbolo della crudeltà efferata usata come messaggio identitario. La rete è un veicolo straordinario, a volte suo malgrado. Diventa una vetrina, un palcoscenico per il Macabro. Che crea suggestioni perverse e volontà emulative. Ecco perché il nuovo terrorismo fondamentalista va interpretato come parte eversiva ma integrante della postmodernità. Siamo da tempo abituati alle immagini terribili che ci danno la dimensione di cosa sia quella che giustamente Papa Bergoglio ha chiamato la “terza guerra mondiale che si combatte a pezzetti e capitoli”. Ma ora siamo ad un salto ulteriore. La comunicazione in diretta degli eccidi è un aspetto della tortura cui sono sottoposti le vittime e i loro cari. Anzi, l’intero consesso pacifico. La “guerriglia semiologica” dell’era contemporanea avviene così.

Che fare? Cercare di rimuovere, censurare? Accettare supinamente di divenire i fruitori predestinati di un’operazione di marketing satanico? Ecco, di questo dovrebbero occuparsi innanzitutto coloro che hanno a cuore la libertà della rete. Quest’ultima rischia di trasformarsi in una ghiotta bacheca elettronica. Così come i gestori dei network sono inflessibili  nella tutela del copyright, altrettanto dovrebbe accadere quando Internet diviene cerimonia funebre barbarica.

La catena della violenza ha, purtroppo, regole precise. E’ bene concentrarsi sul rapporto tra rete e terrorismi, prima che il dramma assuma proporzioni tali da indurre qualcuno ad invocare censure, chiusure, azioni preventivi cieche e inutili. Ma è la rete che oggi viene messa alla prova, nella sua maturità. Nel suo indipendente autogoverno.  Quando non è più un affare eccentrico e pioneristico, bensì l’alfabeto contemporaneo.

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