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Primarie, in principio fu Piero Fassino

 

In principio fu Piero Fassino. Era il 1985, tempi di centralismo democratico ancora granitico, ma l’allora segretario della Federazione comunista di Torino ebbe l’illuminazione: “Scegliamo insieme i candidati del PCI per regione, provincia, comune e circoscrizioni”, si leggeva sui volantini rossi, distribuiti nel capoluogo piemontese, che invitavano i cittadini a recarsi in sezione per esprimere la loro preferenza.

Il nome, però, ancora non era quello con cui sarebbero divenute famose. Perché quel tipo di consultazioni cominci ad essere indicato con la dicitura di primarie, bisognerà attendere vent’anni, e l’intuizione di Arturo Parisi. Fu lui a elaborare il regolamento di quella che definì «un’iniziativa destinata a restare nella storia politica del nostro Paese». Prove generali in Calabria e Puglia, con le vittorie di Loiero e Vendola; e poi il gran debutto, il 16 ottobre 2005, con le primarie dell’Unione. Un’apoteosi per Prodi (oltre il 74% dei voti), una bocciatura per le ambizioni di un Fausto Bertinotti in grande affanno (che però può rivendicare l’invenzione dei post-it gialli con su scritto “Voglio…”, ripresi anni dopo da «Repubblica»). Non pervenuti tutti gli altri, da Mastella a Di Pietro, giù giù fino a Pecoaro Scanio e Scalfarotto. «Un successo che va oltre il sogno», festeggia il Professore; «Prodi vince solo così: quando a votare vanno soltanto quelli di sinistra», replica il premier Berlusconi. «L’Unione fa la farsa», commenta Mario Landolfi, allora ministro delle comunicazioni, puntando il dito contro la mancanza di una vera sfida tra i candidati dell’Unione.

Che quello di Prodi sarebbe stato un trionfo, in effetti, appariva scontato già alla vigilia. E non a caso le dichiarazioni di giubilo, all’indomani dello spoglio, sono soprattutto per i dati dell’affluenza: 4 milioni e 300mila elettori in fila in code chilometriche, schede terminate e ristampate in tutta fretta, quasi diecimila i seggi, rimasti aperti un’ora più del previsto. E poi 40 milioni di euro raccolti, il che non guasta per inaugurare il cantiere dell’Unione. La democrazia che celebra sé stessa, si esulta: un popolo – quello del centrosinistra (senza trattino, mi raccomando) – che trova nella partecipazione la sua identità distintiva.

Quanto poi sia davvero unita, quella gioiosa coalizione raccoltasi intorno ai banchetti delle primarie, bastano pochi mesi per capirlo. Il secondo classificato, da presidente della Camera, comincia a mitragliare l’esecutivo guidato dal vincitore con affermazioni al vetriolo («Questo governo è un brodino caldo»). Clemente Mastella, che alle primarie è arrivato terzo, decide addirittura di farlo cadere, quel governo, ritirandogli la fiducia: «Se pensate di far fuori me, allora sono io che per primo faccio fuori voi», sbotta il guardasigilli affacciandosi nell’ufficio di Prodi (l’espressione, va detto, è appena più colorita di quella riportata).

E come mai, tanta paura nel leader dell’Udeur? Il punto è che uno degli esponenti di maggior prestigio dell’Unione, tale Walter Veltroni, pensa di fondare un nuovo soggetto, «unitario», di centrosinistra, annunciando orgoglioso che di partiti satellite (tipo l’Udeur) e coalizioni allargate (tipo quella su cui si regge il governo) non se ne parla più: «La prossima volta correremo da soli», dichiara l’ex sindaco di Roma. E così Prodi va a casa.

La cosa curiosa, però, è che il principale artefice di quella disfatta finirà per vincere la seconda edizione delle primarie del centrosinistra, indette dal neonato Partito Democratico: pure quelle, manco a dirlo, indette in nome dell’unità del centrosinistra. È l’ottobre del 2007, e Walter Veltroni, sfiorando il 76% dei consensi, asfalta Rosi Bindi, Enrico Letta, Piergiorgio Gawronski e un rampante Mario Adinolfi. Di nuovo grande mobilitazione, di nuovo entusiasmo e partecipazione: i votanti risultano assai meno di due anni prima (stavolta ci si ferma a 3milioni e mezzo), ma va bene così.

Ciò che però, dagli archivi di quelle primarie, bisognerebbe recuperare, è il video con cui Enrico Letta annunciò la propria candidatura. Un video caricato sul canale personale di YouTube, non un’intervista a un quotidiano o una conferenza stampa: e già questo, nel 2007, vuol dire molto («Repubblica», tanto per ricordare, è sbarcata sul web solo un anno prima). Letta appare in maniche di camicia arrotolate, assorto a guardare, sullo schermo del suo laptop, un gabbiano che si libra leggiadro nel cielo turchino: ascolta tre ragazze parlare della fine della destra e della sinistra, e intanto discetta di libertà, di futuro, di «competizione che porta avanti». Tutto molto blairiano, viene da pensare. Ma lo sguardo impacciato, il sorriso fintissimo, nel finale, che s’irrigidisce in un ghigno, sembrano già far presagire – insieme al refuso contenuto nel titolo del video – che non potrà essere lui, Enrico Letta, a incarnare quel cambiamento: un renzismo solo potenziale, il suo, e già imperfetto.

Il 2009 è l’anno di Bersani: il 25 ottobre sconfigge Franceschini e Marino, e diventa il nuovo segretario del PD, nonostante una minaccia esterna, imprevista alla vigila: un Karl Marx col volto di Beppe Grillo, che sul blog del comico genovese annuncia di volersi candidare a guidare il «PDmenoelle» (sarà poi stoppato da un cavillo giuridico). Fassino s’indigna («Se Grillo vuol far politica, fondi un partito e vediamo quanti voti prende»), lo stesso Bersani protesta («Il partito non è un autobus per fare un giretto»), e da lì comincia la stagione della «ditta».

Ciò che segue è storia recente. Nel 2012 le primarie per scegliere il candidato premier: di nuovo Bersani, che vince nettamente nel ballottaggio contro Renzi – è il 2 dicembre – e lancia la battaglia per smacchiare il giaguaro, mestamente conclusasi con la «non vittoria» alle politiche del febbraio successivo. Cosa rievocare, di quelle primarie? Senz’altro il discorso con cui Renzi inaugura la sua campagna in camper, a Verona: quel suo annuncio di volersi accaparrare anche i voti dei berlusconiani delusi, con una metà del PD che, a sentire quelle parole, resta scandalizzata, e l’altra metà che se la ride, dicendo che tanto non ci riuscirà mai. E poi una giovane avvocatessa bionda, sconosciuta ai più ma molto intraprendente. «Chi è costei?», domandano i giornalisti presenti nell’auditorium di Piazza Bra; «Si chiama Maria Elena, si occupa dei comitati di Matteo». Il resto d’Italia la conoscerà diciassette mesi dopo, quando giurerà sulla Costituzione, al cospetto di Napolitano.

Nel mezzo, intanto, l’8 dicembre 2013, la vittoria di Renzi, che conclude così la sua scalata al PD, riducendo all’irrilevanza quella che da allora diventa la minoranza interna: Cuperlo, arrivato secondo, il mese seguente si dimette da presidente del partito, Civati, terzo, di lì a poco abbandonerà la compagnia.

E queste sono solo le primarie nazionali. Ci sarebbe poi da ricordare almeno una dozzina di sfide interne al centrosinistra per conquistare municipi e regioni: ma il racconto diventerebbe troppo lungo. Dalla Liguria (Cofferati che abbandona polemicamente il Pd dopo esser stato sconfitto da Raffaela Paita nella corsa interna al centrosinistra, denunciando brogli e ingerenze della destra), a Milano (con la “sinistra Pd” che perde e poi s’inventa candidature alternative per battere Beppe Sala, il supermanager che ha stregato, ma non troppo, il popolo dei gazebo), solo per restare ai casi più recenti.

A Roma invece le primarie del centrosinistra si svolgeranno in questo fine settimana. E per dare un’idea della situazione del Pd capitolino basta forse parlare di «vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio», o di «macchine sempre più sofisticate per il controllo delle preferenze». Si penserà alle dichiarazioni malevole di un qualche acerrimo avversario del Partito Democratico: e invece sono parole di Marianna Madia e Fabrizio Barca. Auguri, Roma.

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