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Sto con Giannini. Come stavo con Biagi, Luttazzi, Santoro…

 

«Io non mi ergo a paladino di niente, non voglio vestire i panni del martire che non sono, meno che mai per un episodio assurdo come quello che è appena accaduto. Ma resto convinto di un fatto. Non spetta alla politica decidere i palinsesti. Non spetta ai partiti decidere chi può lavorare nella prima azienda culturale del Paese. A meno che non si debba dar ragione a Roberto Saviano, quando scrive “ciò che sotto Berlusconi era inaccettabile, adesso è grammatica del potere”». Così martedì sera il conduttore di Ballarò nel suo editoriale.

È quasi stucchevole doverlo ripetere in questo secolo, in questo sistema, in questo spicchio di mondo, ma a volte può essere necessario: che i giornalisti, anche eccessivamente o in modo partigiano, attacchino il potere è normale e tollerabile; che il potere attacchi i giornalisti, pure se solo come risposta, è preoccupante e pericoloso. Voglio dire che un giornalista può dire tutto quel che vuole? Quando mai; se Giannini ha sbagliato e qualcuno dalle sue parole si sente leso, può sempre adire le vie legali. Minacciarne la cacciata, però, è altro argomento: significa dire che può lavorare e deve lavorare solo chi non parla mai male dei potenti. E questo non è accettabile.

Dopotutto, io lo so che, abituati a lustri di minzolini e rondolini, per chiunque arrivi in una posizione di rappresentanza e prestigio, dal consiglio comunale a quello dei ministri, è inconcepibile l’idea che ci sia qualcuno che si permetta di eccepire. Ma è così, non ci si può fare nulla. Ricordo, quando collaboravo con un quotidiano locale, che un’assessora provinciale di cui francamente non ho memoria del nome, mi telefonò per lamentarsi, peraltro col garbo che la sua eleganza permetteva, del fatto che io non l’avessi citata in un articolo su un convegno, probabilmente perché, fra le cose che disse, nulla mi parve degno di nota o magari di quelle ne tacqui, ché mi pareva più indelicato riportarne il contenuto.

La classe dirigente di questo Paese è impastata di quel galateo, non c’è che dire. Tuttavia, dalle massime sfere della rappresentanza istituzionale, ci si aspetterebbe altro livello di esternazioni. E poi, Giannini non è nemmeno uno “pregiudizialmente contro” il partito al governo, non mi sembra, almeno. Quindi, come stavo con Biagi, con Luttazzi e con Santoro quando da Sofia arrivavano editti ultimativi, oggi sto con lui quando dice: «La Rai mi può licenziare. Il Pd, con tutto il rispetto, proprio no».

Sempre che non l’abbia assunto, ovvio.

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