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Mannino assolto, ma la trattativa resta

 

È chiaro che l’assoluzione di ieri dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino è una pietra d’inciampo davvero ingombrante sulla strada del processo, ancora in corso a Palermo, che deve accertare le responsabilità degli imputati in ordine alla trattativa tra Stato e mafia. Occorre però andare oltre i clamori mediatici dell’immediatezza e capire cosa davvero può succedere nei prossimi mesi.

A fronte dei nove anni di carcere richiesti dalla Procura di Palermo, il giudice dell’udienza preliminare Marina Petruzzella ha licenziato l’uomo politico nativo di Sciacca con un’assoluzione ai sensi del secondo comma dell’articolo 530 c.p. che recita che “Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile”.

Nello specifico Mannino è stato assolto per non aver commesso il fatto. Fatto che comunque sembra rimanere provato, anche alla luce di questo nuovo deliberato della magistratura. Ora in attesa delle motivazioni della sentenza, fondamentali più che mai per capire il ragionamento che ha portato il gup del Tribunale di Palermo alla decisione presa, ci sembra di potere evidenziare alcune questioni. Intanto va ribadito che stiamo parlando di un processo di primo grado e il nostro ordinamento prevede altri gradi nei quali, come la storia insegna, tutto può essere riscritto.

Secondariamente, il rito abbreviato richiesto da Mannino non inficia direttamente lo svolgimento del processo in Corte d’assise, dove alla sbarra si trovano boss come Riina, Bagarella, Brusca ma anche ex ufficiali del Ros come Mori e Subranni e ex politici quali Dell’Utri, accusati insieme di “violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario”, secondo quanto previsto dall’art. 338 del codice penale. Ricordiamo che nello stesso processo l’ex ministro Mancino è accusato di falsa testimonianza.

Di sicuro, la decisione del gup Petruzzella mina pericolosamente l’impianto accusatorio della Procura di Palermo, secondo il quale lo stesso Mannino sarebbe all’origine della trattativa con Cosa nostra. Infatti, stando alle ricostruzioni dei pm, l’ex ministro temendo per la sua vita, dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul maxiprocesso di fine gennaio del 1992, avrebbe in seguito attivato il maresciallo dell’Arma Giuliano Guazzelli per avviare una interlocuzione con gli ambienti criminali volta a salvargli la vita. La situazione invece precipitò prima con gli omicidi di Salvo Lima (12 marzo) e dello stesso Guazzelli (4 aprile) e poi con le stragi di Capaci e via D’Amelio.

Se non fu Mannino quindi a innescare le relazioni pericolose tra le istituzioni e i boss mafiosi, come va inquadrata nei meandri della storia italiana l’esistenza di una o più trattative che, tra la primavera e l’estate del 1992, segnarono il passaggio dalla prima alla seconda repubblica? È pensabile che fu Cosa nostra a fare tutto da sola, finendo alla fine per farsi più male che bene, con le stragi del maggio e del luglio 1992, in esito alle quali fu approvato il regime previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto carcere duro?

Dubbi che saranno sanati forse – infatti, dubitare della capacità di ricostruire la storia dentro un’aula giudiziaria è più che mai legittimo, viste le precedenti esperienze registrate dalla storia patria – dagli esiti giudiziari dei procedimenti in corso a Palermo e a Caltanissetta, dove continua nell’impressionante silenzio della quasi totalità dei media il processo Borsellino quater.

Un processo questo ultimo, dove si sta cercando con fatica di ripartire da capo, dopo aver preso dolorosamente atto del fatto che alle vittime di via D’Amelio si sono dovute aggiungere le vite spezzate di quanti erano stati condannati ingiustamente nei processi precedenti. Scoperta sconvolgente perché giunta ad oltre vent’anni dei fatti del 19 luglio 1992 e, soprattutto, dopo ben quattordici processi, compresi i quattro celebrati davanti alla Corte di Cassazione. Grazie alle rilevazioni autoaccusatorie del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ora sono nuovamente al vaglio di un tribunale le ricostruzioni della pubblica accusa e le ragioni delle difese che, va rilevato come dato positivo non sempre riscontrabile in altri processi, sono animate dalla medesima ricerca della verità, al di là del normale confronto dialettico in aula.

Sulle polemiche innescate dalla sentenza favorevole a Mannino, va detto che ci sembrano rientrare nel tradizionale gioco delle parti. Comprensibile quindi che, nonostante il fatto che le sue vicende giudiziarie non si possano dire ancora concluse, Mannino abbia evocato il complotto ai suoi danni, muovendo un attacco diretto nei confronti dei pubblici ministeri Di Matteo e Teresi: «Ci sono atteggiamenti ostinati di pubblici ministeri, uno di questi pubblici ministeri mi insegue da oltre 20 anni. E’ probabile che questo magistrato adesso chieda di essere trasferito in Corte d’appello, uno dei pubblici ministeri che è assuefatto alla condanna degli innocenti ha detto che ci sarà appello, senza conoscere le motivazioni. Si tratta di pubblici ministeri che invece di constatare l’errore, procedono per partito preso con un modo che porta all’errore, su questo errore  Teresi e Di Matteo si attestano senza guardare, una ostinazione accusatoria».

E ancora, l’ex ministro ha rincarato la dose a colloquio con i giornalisti, accusando Di Matteo di essere aver fatto condannare degli innocenti nel processo per la strage di via D’Amelio, quando lavorava alla Procura di Caltanissetta.

Ora mentre il procuratore di Palermo Lo Voi ha preferito rinviare ogni decisione alla lettura delle motivazioni, Teresi, Di Matteo, Del Bene e Tartaglia, che rappresentano l’accusa nel processo sulla trattativa, sono sembrati più sicuri di voler opporsi alla sentenza favorevole a Mannino. Anzi, in serata Di Matteo, come ripreso da alcuni siti web anche oggi, ha respinto l’accusa di Mannino al mittente: «Sono fiero di aver contribuito ad accertare la responsabilità di più di venti soggetti definitivamente condannati per la strage di via d’Amelio. Sono ancora più fiero che da quel lavoro siano venuti spunti concreti per ritenere che quella strage non sia solo di mafia».

Sul punto, per completezza d’informazione, va registrato il duro commento affidato ai social network di una dei difensori impegnati nei diversi processi per la strage di via D’Amelio, l’avvocato Rosalba Di Gregorio.

La legale palermitana si chiede di cosa debba andare fiero il giudice Di Matteo: «Fiero di che cosa? Di un depistaggio ? Di innocenti condannati all’ergastolo? Di attendibilità riconosciuta e sostenuta con forza nei confronti di “pentiti” falsi? Fiero di non riconoscere i propri errori, neppure davanti all’evidenza, neppure davanti al lavoro di demolizione e tentativo di ricostruzione (oggi più arduo) da parte di PM di Caltanissetta, di due processi da buttare? Oppure è fiero della “risposta” data, con quei processi farlocchi, alla sacrosanta esigenza di Giustizia dei parenti delle Vittime di quella strage?». Altrettanto graffiante è la chiusa dell’avvocato: «La sola cosa di cui può essere contento è di essere entrato in Magistratura, perché in qualunque altro settore dell’amministrazione dello Stato, quando sbagli, paghi».

Polemiche al calor bianco a parte, ci sembra di poter dire che quanto sta avvenendo tra Palermo e Caltanissetta nelle aule di tribunale è oggi più che mai importante e i riflettori, che oggi sono doverosamente accesi sull’avvio del processo di “Mafia capitale”, non andrebbero mai abbassati sulle vicende siciliane, anche quelle più incomprensibili al normale cittadino.

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