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Fiducia sì, ma non cieca

 

Tutto è cambiato dopo quel maledetto venerdì 13. O almeno così sembra. Non un titolo sull’amata, adusa, politica interna riesce oggi a scalare la prima pagina dei grandi giornali. Non uno sul Bassolino “asfaltato” da Lotti e Guerini, i quali intenderebbero vietare le primarie a chi sia già stato sindaco. Retroscenisti del Corriere e di Repubblica…in cassa integrazione. Il salvataggio di 4 banche, tra cui la popolare dell’Etruria dove lavorara papà Boschi, langue a pagina 10 perfino sul Fatto Quotidiano. I dubbi di Berlusconi su Sallusti? E chi se ne frega! Stampa, Repubblica, Corriere “aprono” sull’allerta a Bruxelles. Affiorano in prima articoli di costituzionalisti, come Zagrebelsky che sulla Stampa scrive “Democrazia, una debolezza da difendere”, di storici dell’inquisizione e dei movimenti ereticali, come Adriano Prosperi su Repubblica”, di antichi nouveaux philosophes, Bermnard-Henzi-Levi, che sul Corriere difende Hollande.
Calati junco chi passa la china, recita un vecchio detto siciliano. Ieri, domenica, una folla variopinta (ceto medio ma anche artigiani, partite IVA, giovani precari) prendeva d’assalto il complesso commerciale Porta di Roma. Ognuno spende quel che può. Si sentiva profumo di ripresa, un (piccolo?) rimbalzo trainato dai consumi dopo anni in cui si preferiva non spendere. A condizione -scrive Nouriel Roubini su repubblica.  che i tre mesi di stato d’emergenza (in Francia ma anche in Europa) non gelino i primi segni della primavera.

Nessuno è a rischio zero, ma in Italia si può stare tranquilli. Lo hanno ripetuto sia Alfano che Renzi: operazione fiducia! Stefano folli si chiede da dove venga “questa quasi certezza”.  “Dalla fiducia nei nostri servizi d’informazione e sicurezza, senza dubbio. Ma anche da una convinzione profonda: che per salvarsi dall’Islam radicale è sufficiente non farsi coinvolgere troppo nella mischia”. “Di fatto non si vede ancora una strategia”, conclude l’editorialista di Repubblica il quale tuttavia auspica che un Renzi,  liberato  “dall’inciampo interno”, cioè dai vari Bassolino, delle elezioni amministrative, dall’insidia M5S,  sappia alla fine giocare la decisiva partita internazionale.
Cancellare il non-stato del non-diritto tra Siria e Iraq, è, per tutti ormai, l’imperativo. Come? Con Assad o senza? Dallo stesso lato di Iran e Russia? Con Curdi che combattono “per noi” ma sono attaccati dal “nostro” Erdogan? Due articoli di Bernard Guetta su Repubblica, e di Maurizio Molinari per la Stampa, danno qualche elemento utile a farsi un’idea. Guetta spiega: “La Russia non abbandona il carnefice di Damasco, non più di quanto faccia l’Iran, ma i due alleati di fatto l’hanno raggirato, accettando che alle future elezioni possano partecipare i milioni di esuli siriani, persone che di sicuro non daranno il loro voto ad Assad”. Ecco perché ora Hollande si fida di Putin e Obama punta sull’Iran. Molinari mette invece in pagina una cartina del territorio un tempo controllato dagli stati sovrani di Siria e Iraq, ma diviso in tanti staterelli: uno curdo a nord, un altro sciita a oriente, uno sunnita con Bagdad città aperta (e forse Damasco), uno alawita sul mediterraneo con dentro la base militare russa. Frantumazione etnico religiosa che può forse persino coesistere all’interno di uno stato federale.
Hollande calls for ‘sense of urgency’ in fight against Isis É il titolo del Financial Times. Obama risponde “Distruggeremo l’Isis”, anche se non spiega ancora come. “La Francia aspetta una risposta dalla Spagna perchè dia una mano in Mali”, titola El Pais. Insomma -lo scrive pure Guetta- Hollande sta gestendo l’emergenza con determinazione. Attaccandolo Sarkozy si è dato la zappa sui piedi, Le Pen per ora è costretta al silenzio. Ma la Francia non può combattere sola su tre fronti: in patria contro i terroristi, in Siria contro Daesh, in Africa contro i gruppi salafiti. Non vorrei rovinare la festa ai consumatori di Porta di Roma né ad Alfano-Renzi, ma di questo parla oggi nel mondo.

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