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Lo scaricabarile dei paesi balcanici che intralcia l’esodo dei migranti

 

L’analisi di Francesco Martino dell’Osservatorio Balcani e Caucaso: “Tutta l’area risente del fenomeno, ma non c’è nessun coordinamento. Ognuno ha una duplice politica: scoraggiare gli ingressi dei profughi o favorirne l’uscita. È l’Ungheria la porta d’Europa, sbattuta in faccia ai migranti

MILANO – Secondo gli ultimi dati dell’agenzia per il controllo delle frontiere europee Frontex, sono 102 mila i profughi che dall’inizio del 2015 hanno attraversato la rotta balcanica. Nel 2014 erano stati 8 mila. La Grecia è la prima casella di questo perverso gioco dell’oca verso la pace e la sicurezza. L’ultima chissà, nessuno la conosce alla partenza.

L’Osservatorio Balcani e Caucaso segue ogni giorno l’esodo dei profughi lungo la rotta balcanica: “Nell’immediato, con la riapertura delle frontiere macedoni, sarà la Serbia a pagare il prezzo più alto – commenta, da Sofia, Francesco Martino, giornalista membro dell’Osservatorio dal 2006 – ma la situazione è in continua evoluzione. Sono tutti i paesi dell’area a risentirne”. In Turchia la situazione è drammatica, con oltre due milioni di profughi. In Grecia c’è allarme, pur senza quei numeri. Domani, 27 agosto, a Vienna comincerà il vertice tra i paesi balcanici, alcuni alti funzionari dell’Unione europea e i due patrocinanti dell’incontro: la cancelliera tedesca Angela Merkel e quello austriaco Werner Faymann.

“Tra i Paesi dell’area di solito vige la politica dello scaricabarile, non c’è mai stato un buon coordinamento – osserva Martino -. A questo si aggiunge che alcuni fanno parte dell’Ue (Slovenia, Croazia, Romania, Bulgaria, Grecia, Ungheria, ndr), altri sono candidati per farne parte (Macedonia, Albania, Serbia, Montenegro, ndr) e altri non ne sono né ne saranno parte (Bosnia Herzegovina, Kosovo, ndr)”.

Ogni paese ha una duplice politica: da un lato cerca di scoraggiare gli ingressi, dall’altro quando un profugo varca i confini, cerca il più possibile di favorirne l’uscita. Accade in Grecia, ad esempio, dove i migranti hanno in mano un titolo di viaggio valido per lasciare il Paese appena ne mostrano la volontà. Succede anche in Macedonia, Paese che dopo aver mostrato i muscoli con la chiusura temporanea delle frontiere, ora sta cercando di smistare verso la Serbia gli ultimi profughi arrivati. Le stime delle autorità locali hanno parlato di 8 mila persone il 25 agosto.

Una “strategia contagiosa”, la definisce Francesco Martino, quella della costruzione di muri e barriere per chiudere le frontiere. Nel 2013 era tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, oggi ce n’è una in fase di realizzazione tra Serbia e Ungheria, tra Bulgaria e Turchia, c’è la militarizzazione (simbolica) della frontiera bulgaro-macedone. Sofia è una delle mete meno ambite dai profughi, spiega Martino: il Paese rientra negli accordi del Regolamento Dublino che vincola il primo Paese depositario di richiesta d’asilo alla presa in carico del richiedente. “Ma il sistema non è mai stato in grado di offrire un’accoglienza degna”, spiega il giornalista di Obc.

Serbia e Macedonia, per i migranti, hanno invece il vantaggio di essere Paesi puramente di transito, non obbligati ad accollarsi la richiesta di asilo. “La vera porta dell’Europa è l’Ungheria”, ragiona Martino. Una porta sbattuta in faccia alle persone che fuggono dalle guerre, con il muro in costruzione. I suoi effetti si vedranno solo tra qualche mese, “anche se la Slovenia già si sta attrezzando per far fronte a maggiori arrivi”, continua il giornalista di base a Sofia. Il Governo di Lubiana sa che a quel punto il vero obiettivo dei migranti sarà ancora più a nord: l’Austria, la Germania, la Svezia. Chi si ferma prima è perché gli è stato impedito continuare il viaggio.

Nulla di diverso da quanto accade nel transito in Italia: “Non credo che il nostro Paese sia tra le priorità, anche perché non c’è una lunga tradizione di immigrazione siriana che ha portato al formarsi di comunità sul territorio”, analizza Martino. Eppure al Tarvisio i Comuni protestano con il governo che nulla sta facendo per aiutare a fronteggiare quella che chiamano “emergenza”. Anche se si tratta di una ventina di fermati, come accaduto il 23 agosto. (lb)

Da redattoresociale

 

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