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Guai ai vinti! E i guai dei vincitori

 

Lo hanno trattato come un pungiball, Alexis Tsiprsas. Gli hanno inflitto una specie di “waterboarding mentale”. Così i funzionari di Bruxelles raccontano la notte in cui “Atene si arrende”, per citare la sintesi del Corriere. L’attenzione ora si sposta sulla mission impossible di “Tsipras davanti alla ribellione di Atene, Financial Times. “Dopo aver accettato un salvataggio da 86 miliardi”, cedendo la gran parte della sovranità nazionale, Alexis ha 3 pezze d’appoggio per difendersi, e un’arma. Ha evitato in extremis la confisca del patrimonio greco da conferire in un fondo di garanzia al Lussemburgo, ha strappato un vago impegno a destinare parte degli aiuti alla crescita, gli è rimasto un margine modesto di manovra per far pagare l’ottuso rigore tedesco ai Greci che hanno di più anziché ai poveri. L’arma -strano a dirsi- Tsipras la eredita dai giorni del referendum: tutti i Greci che hanno votato “Sì” e la maggioranza di quelli per il “No” chiedevano in quei giorni di restare in Europa. A tutti i costi.  Varoufakis obietta che non si sarebbe dovuto andare comunque all’incontro col diavolo, in cui ti giochi l’anima, senza aver prepara anche un piano B. Senza tenere in un cassetto, o dentro una cartella, gli ordini per stampare un’altra moneta, misure d’eccezione per sopravvivere al default, un’ipotesi di alleanze alternative. E su questo sono d’accordo con Yanis.

L’Europa evita l’implosione tenendo la Grecia nell’Euro constata Le monde. Se è facile gridare “guai ai vinti”, se è facile scrivere della Grecia che si spacca, parola che ritorna nei titoli di Repubblica e Corriere, o che è “in svendita” come sottolinea il Fatto, più difficile per i nostri giornalisti è narrare il disastroso trionfo dei vincitori. La Stampa azzarda che Merkel avrebbe “perduto la fiducia della Ue”. Il Corriere parla di “leadership ridimensionata della Cancellliera: fuori dipinta come cinica affossatrice di Atene, a (che a) Berlino vedrà crescere il disamore per la UE”. Per Caracciolo la Grecia è ormai “un protettorato” e dietro “la maschera” c’è la Germania. Di questo si tratta: non l’Europa, la Germania. Andrà bene a tutti? Difficile: persino Le Monde, nonostante Hollande si sia mostrato abile in questo frangente, titola “la notte in cui la Germania ha piegato la Grecia”. La Germania, non l’Europa. Solo Renzi ha una narrazione diversa: risolto il caso greco -dice- ora cambia l’Europa. E in conferenza stampa si è subito lamentato che nessuno tra i giornalisti riprendesse quel concetto.
La bandiera strappata della sinistra europea scrive Stefano Folli- “La stagione di Syriza è durata poco…i social democratici tedeschi alleati della Merkel..Hollande (che media) ma i risultati non autorizzano il compiacimento di Parigi..Matteo Renzi rimasto ai margini, nell’ombra di Hollande”. Federico Fubini non ha nessuna simpatia per “i populisti europei” -definizione dentro la quale riunisce un fronte ampio da Le Pen a Grillo a Podemos-  e auspica per loro: “un bagno di realtà”. Tuttavia non è affatto sicuro che l’accordo di domenica notte farà passare a questi populisti “la voglia di votare anrti sistema”. Ricorda che Keynes lasciato il tavolo  della Conferenza di Versailles, accusò Francia e Inghilterra di “completare la devastazione” con una pace persino peggiore della rovinosa guerra tedesca. Se il sistema ha il volto di Schäuble -ammette Fubini- la rivolta crescerà. Da parte sua Paolo Franchi suona il requiem per l’internazionale socialdemocratica: “in ogni paese governanti e oppositori curano soltanto l’elettorato di casa”. È una sinistra europea in cui prevalgono piccoli politici e mercanti.

Non so se Syriza riuscirà a sopravvivere ma il Pse ha fallito tutto, dice Gianni Cuperlo. Altro che Bad Godesberg: tra la caduta del muro e l’unificazione della Germania, complice il liberismo trionfante in America e nel regno Unito, socialisti e democratici europei si sono arresi alla dittatura tedesca. Ora combattono contro Syriza, contro Podemos, gufano contro Tsipras, e sperano che Merkel e Scäuble, vittoriosi,  allentino un po’ la corda, consentendogli uno spazio di manovra residuale. Ma  senza un sogno – e questo non lo è- l’Europa tornerà quello che era: un coacervo di nazioni, diffidenti e rancorose. Il contrario dell’Europa sognata, non dico da Spinelli, ma da Delors.

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