Sei qui:  / Opinioni / Degrado Post-PCI

Degrado Post-PCI

 

Quanti anni sono passati dallo scioglimento del “partitone”? Circa ventiquattro, e la Sinistra si è riorganizzata in forme più o meno liquide e dietro le sigle più diverse; abbiamo avuto il PDS, i DS e il PD, per non contare rifondazioni varie e tentativi di ricostruire il Partito di Gramsci e Togliatti, talvolta anche rubando simboli e tradizioni (è il caso del neonato PCdI che ha da poco  rispolverato il vecchio simbolo).

Il ventunesimo secolo ha portato a galla tutti i problemi e le ingessature delle vecchie organizzazioni e dei vecchi partiti “di massa”; la Democrazia Cristiana si è sciolta, il Partito Socialista è ormai inesistente e il PD rimane l’unico filo conduttore con una storia ormai conclusa: la Prima Repubblica. Il PD è il Partito che ha racchiuso in se le varie anime progressiste della politica italiana, anime che abbracciano un ventaglio che va dal cristianesimo sociale al post-comunismo. Esperimento avanguardista, il PD,  ma che ha dimenticato che è nell’organizzazione si costruisce la Politica, quindi non nel Partito liquido, ha dimenticato, come partito, che la politica si pratica e si costruisce nelle sezioni, nei circoli, negli organi, altrimenti si rischia di diventare una confederazione di Sindaci e Consiglieri Regionali. Non fraintendetemi, non sono certo un nostalgico della concezione togliattiana secondo la quale il partito è tutto (o forse sì?) ma il Partito liquido immaginato da Veltroni prima e da Renzi poi non è stata una mossa saggia, ha ridotto progressivamente gli spazi di partecipazione e allontanato i cittadini dalla politica. Le primarie aperte hanno rappresentato l’umiliazione e la mortificazione della politica, hanno incarnato nel DNA del Partito la democrazia plebiscitaria, messo in secondo piano i contenuti e i dibattiti. I congressi sono diventati così una lotta all’ultima tessera per portare negli organi esecutivi del Partito questo e quel capobastone, dimenticando, forse archiviando, quei Congressi in cui si discuteva, per davvero e senza populismi, del destino del Paese, dei territori o semplicemente di “questioni ideologiche”.

La decisione di abolire il finanziamento pubblico ai Partiti ha dimostrato, oltretutto, una debolezza forte nei confronti del populismo italiano. E chi lo spiega oggi ai cittadini che grazie ad un movimento reazionario la Politica sarà finanziata dal mercato (dal capitale direbbe qualche gufo comunista) e non dai cittadini? L’avrebbe (l’avremmo?) dovuto fare il PD, avremmo dovuto spiegare agli elettori che senza finanziamento si perdeva una garanzia, non si combatteva la corruzione, ma non l’abbiamo fatto, per convenienza o per paura, risultando subalterni al populismo e incapaci di rispondere adeguatamente alle provocazioni dell’antipolitica.

Ma cos’è quindi questo “degrado post-pci”? Il degrado di un Partito che ha dimenticato se stesso, concentrato tutte le fonti finanziarie nel nazionale e riducendo progressivamente i finanziamenti ai circoli e di conseguenza riducendo sempre di più il motore che ha permesso al Partito di sopravvivere a se stesso: gli iscritti. Il degrado post-pci sono le primarie aperte, ma se vogliamo il degrado post-pci è la mancanza di un Partito vero e solido, che controlla i suoi iscritti, i suoi eletti e i suoi circoli. Forse, se avessimo avuto un Partito, lo scandalo di mafia-capitale non sarebbe mai sorto. Il problema quindi non è ripulire il Partito; il punto è proprio ricostruirlo, il Partito. Ricostruirlo in forme diverse, moderne, tecnologiche, creative. Solo allora, come diceva Togliatti, potremmo tornare ad andare lontano e uscire da questo sonno della politica che, troppo spesso, ha visto come complice il maggior partito della Sinistra italiana, nonché (udite udite) l’erede del Partito Comunista Italiano.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE