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Niente felpe e ruspe, ma toghe e sentenze: i campi rom vanno chiusi

 

Con una sentenza di grande importanza, il 30 maggio la sezione civile del Tribunale di Roma ha stabilito che il Comune di Roma ha agito in modo illegale trasferendo in modo forzoso un gruppo di famiglie rom nel campo etnicamente segregato della Barbuta, alla periferia della capitale. Il campo della Barbuta, una serie di prefabbricati circondati da reticolato, era stato costruito nei pressi dell’aeroporto di Ciampino ricorrendo ai poteri garantiti dallo stato d’emergenza dichiarato dal governo italiano nel 2008. Nonostante nel 2011 una sentenza avesse annullato lo stato d’emergenza e tutte le misure e le decisioni che ne erano derivate, il Comune di Roma aveva completato il campo e aveva proceduto ad assegnare le unità abitative esclusivamente a famiglie rom.

Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni non governative italiane e internazionali, aveva preso parte alla campagna per fermare la costruzione del campo della Barbuta e il trasferimento delle famiglie rom ed era intervenuta a sostegno dell’azione giudiziaria promossa nel 2012 dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e dall’Associazione 21 luglio contro il Comune di Roma.

La sentenza, resa nota il 9 giugno nel corso di una conferenza stampa dalle associazioni ricorrenti contro il campo della Barbuta, basato sulla segregazione etnica e dunque discriminatorio nei confronti dei rom, dovrebbe costituire il primo passo per porre fine alla segregazione abitativa subita dai rom in tutta Italia.

Niente felpe e ruspe, dunque, ma toghe e diritto: aver obbligato i rom a vivere in un campo segregato situato in una zona remota e inaccessibile di Roma non solo ha spinto questi ultimi ai margini della società ma ora si è anche rivelato illegale, violando il principio giuridico che tutte le persone devono avere accesso a un alloggio adeguato, a prescindere dalla loro etnia.

Il pronunciamento del tribunale di Roma dev’essere il primo passo per porre fine alla discriminazione subita dai rom nel nostro paese. Per dargli piena attuazione, come minimo, nessun nuovo campo dovrà essere progettato e costruito e dovrà essere avviato un meccanismo di autentica consultazione con tutte le famiglie rom che si trovano attualmente nei campi segregati, per identificare una serie di soluzioni abitative alternative sostenibili, non discriminatorie e adeguate, nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia.

Chiudere finalmente la stagione dei campi per soli rom, porre fine alla vergognosa segregazione etnica ai loro danni, potrebbe costituire una positiva inversione di tendenza basata sul rispetto dei diritti, sull’integrazione e sulla scolarizzazione dei ragazzi, a vantaggio della sicurezza di tutti.

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