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Il successo della Primavera tunisina, la sfida culturale araba alle tenebre terroriste

 

Forse la storia dell’attacco terroristico di Tunisi è cominciata il 16 marzo, quando un capo dell’ISIS in Libia, di nazionalità tunisina, è stato eliminato. Molti sostengono che quello stesso giorno l’ISIS ha annunciato vendetta. E appare plausibile che l’azione fosse pianificata contro il Parlamento tunisino, dove proprio ieri erano in discussione provvedimenti anti-terrorismo. E infatti i due terroristi, sostenuti da altrettanti “basisti”, hanno dovuto ripiegare e colpire il museo dopo essere stati respinti dalle forze di sicurezza schierate a difesa del Parlamento. Che la Tunisia sia un Paese in prima fila, un Paese simbolo, è evidente: troppo importante ciò che Tunisi significa praticamente per gli equilibri militari e troppo importante quel che significa politicamente il successo della Primavera tunisina, vera sfida culturale araba alle tenebre terroriste.

Lontana dall’Iraq e dalla Siria, anche Tunisi paga un prezzo connesso a quanto accade in Mesopotomia e nel Levante. E questo non stupisce visto che sarebbero circa 3mila i tunisini che lì combattono con il sedicente Califfo Nero. Ma non  si capisce questa situazione ormai tragica per l’intera area mediterranea se non si riparte dal  famoso discorso del Cairo pronunciato dall’appena eletto presidente americano Barack Obama. In quel discorso – per porre termine all’epoca e alla strategia del suo predecessore – il neo-presidente disse che gli Usa non avevano nessun conto aperto con l’islam. Le “buone intenzioni” portarono così il presidente a fare sua una visione, mettendo in relazione due categorie  che insieme proprio non ci dovrebbero stare – uno stato e una religione.

In quello stesso discorso Obama indicò il suo interlocutore nell’islamocapitalismo. Indubbiamente un’idea suggestiva basata su un assunto che pochi potranno disconoscere: solo l’emergere di un vero ceto medio, imprenditoriale ed economicamente protagonista, attivo nell’economia della globalizzazione,  avrebbe potuto salvare il mondo arabo; giustissimo. Ma come? Dove? Il presidente Usa, istradato dagli esperti,  ha visto “l’islamocapitalismo” capace di cambiare il mondo  in Dubai: quanti voli giornalieri legavano la “city del Golfo” con quella londinese…  Peccato però che nella Dubai che attirava turisti da tutto il mondo,  non stava prendendo corpo nessuna “nuova società” made in middle class arabo islamica. Lo abbiamo visto molto bene dopo:  Dubai World, quando è scoppiata la crisi economica, ha dimostrato che il gigante era proprietà dell’emiro e successivamente le inchieste sullo schiavismo nei cantieri per la costruzione degli stadi ci hanno confermato che la realtà economica non era quella sognata da  Obama .

Poi è arrivato il 2011, e Obama, dopo l’ avvicinamento all’Egitto di un presidente Morsi certamente inadeguato, ha scelto l’Iran: l’idea, collegata con quella dell’islamocapitalismo, era di tirare fuori l’Iran dall’angolo in cui era stato messo per farne un volano di crescita economica, di investimenti e benessere per tutti. E quindi….

Ancora una volta: l’assunto poteva pure essere corretto, ma Obama non ha considerato (?) che nel contesto feroce di Siria, Iraq e Yemen, dove l’Iran è alla testa di una delle parti protagoniste di un sanguinoso conflitto che vede le comunità sciite  contrapposte a quelle sunnite,  questo significava mettere la Casa Bianca da una parte in una guerra di religione. La ferocia usata dai terroristi a Tunisi, accanto alla logica spietata e assassina della vendetta che deve intimorire milioni di individui facendoli sentire tutti a rischio, indica che è proprio il prodotto tunisino quel che spaventa i pianificatori dell’odio.

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