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Prostituzione e capitalismo

 

Capita sempre più spesso, a Sinistra, di ascoltare come si potrebbero risolvere tutti i problemi del nostro Stato legalizzando il mercato del sesso. Il mercato, quella cosa intangibile che decide inevitabilmente il valore di ogni bene. A questo punto, una Sinistra seria discuterebbe delle varie implicazioni etiche che comporterebbe aprire le porte del nostro corpo al mercato finanziario, attribuire all’affitto di una persona un valore misurabile in moneta, legalizzare la schiavizzazione quantificabile in termini monetari.

Oltre il puro problema etico da vecchio rottame della Sinistra rimane la questione della Libertà e dei Diritti Sociali, sempre lui, quell’eterno conflitto tra ciò che è lecito e ciò che è giusto, tra una parte della società che vorrebbe sfruttare le classi subalterne attraverso il capitale e le classi subalterne che devono essere tutelate da uno Stato che dovrebbe fare da arbitro e garante dei più deboli (Art 3, Costituzione della Repubblica Italiana)

Per comprendere meglio il concetto di Libertà voglio mi spiego con un esempio: una donna che non riesce a sostenere la vita dei suoi figli e “liberamente” opta di vendere il proprio corpo in una casa chiusa “tutelata” avrà compiuto una scelta davvero libera? Oppure è stata una scelta condizionata da una necessità? Quale donna da piccola coltiva il sogno di vendere sistematicamente il proprio corpo? Secondo il codice civile un contratto, infatti, può essere rescisso se al momento stesso della stipulazione la parte “debole” si trova in una condizione di pericolo o di bisogno e di cui l’altro si è approfittato. Il punto quindi è: fino a che punto è lecito acquistare un corpo, approfittando della necessità urgente della donna in questione di avere denaro? E un uomo che approfitta della condizione sfavorevole della donna che si vende può essere accettabile?

Alla luce di queste teorie spesso si viene etichettati come “bigotti” “moralisti” “sessuofobi”, ma è molto più “bigotto” lottare per la prostituzione legalizzata la quale non sarebbe altro che una legalizzazione della condizione di inferiorità della donna, visione conservatrice che la vede come semplice oggetto alla mercé dell’uomo e non come essere con una propria autonomia. La discussione, quindi, non è di tipo confessionale/religioso/morale sul valore sacro del corpo umano; il dibattito gira intorno a ciò che può o non può comprare il denaro, tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. La questione gira intorno al concetto, tutto capitalista, che il denaro tutto può comprare, ciò che può essere legale, e quindi consentito, e ciò che può non esserlo. Lo Stato però è soprattutto l’Istituzione che dovrebbe garantire giustizia e libertà; deve stabilire quindi la linea esatta che il mercato non può oltrepassare, il punto oltre il quale non è più lecita la legge della domanda e dell’offerta. Questo vale per il lavoro-dipendente e ancor di più per la schiavizzazione legalizzata che banalmente chiamiamo il mestiere più antico del mondo.

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